Addio
Lei
non c’era più, e lui non riusciva a pensare ad altro che a questo.
Mentre
guardava il treno che si allontanava descrivendo una semicurva prima di
infilarsi nella galleria, Paolo sentì che una vertigine lo prendeva.
Respirò
a fondo, cercando di riprendere il controllo di sé, gli occhi fissi sui fanali
di coda dell’ultima carrozza che si accendevano alternati, il destro e il
sinistro, il destro e il sinistro, il destro e il sinistro.
Il
cuore gli si era quasi fermato in petto, e lui non riusciva a pensare con
chiarezza.
Lei
se ne era andata, e niente sarebbe più stato come prima.
Se
ne era andata per sempre, per non tornare
mai più.
“Chissà
se anche lei ha pianto” pensò Paolo mentre una lacrima, piccola e solitaria,
gli spuntava all’angolo dell’occhio sinistro.
Lui,
che non piangeva mai.
“I
bambini grandi non piangono!” gli ripeteva sempre sua madre e lui, per non
deluderla, non aveva pianto più: non una lacrima, si trattasse di dolore
fisico, come quella volta che era caduto dal ciliegio battendo la testa o di un
dolore morale, come tutte le altre volte che era rimasto solo.
Perché
ora Paolo era solo.
Questo
non era stato un addio facile.
Lei
non voleva, non voleva a nessun costo accettare il fatto che la fine era
arrivata e che questo era l’atto conclusivo.
Per
un po’ lui aveva cercato di convincerla che sì, forse avrebbe sofferto un
poco, ma che questa era comunque la soluzione migliore.
Per
tutti e due.
Anche
il modo gli era sembrato il più giusto: si erano incontrati per caso in treno
nemmeno due mesi prima, in una bellissima mattina di autunno, mentre lui andava
a una visita di controllo e lei alla sua prima lezione all’Università.
Era
stato amore a prima vista, anche se lui, nell’attimo stesso in cui le si era
seduto accanto, sapeva già in cuor suo come sarebbe andata a finire, con lei.
Ora
che tutto doveva finire, fra loro, il suo inguaribile spirito romantico gli
suggeriva che era giusto che accadese così: un treno gliela aveva portata ed un
treno ora gliela portava via.
Per
sempre.
Il
treno correva via, col suo consueto sferragliare sulle rotaie ed ora, imboccando
la galleria emetteva un lungo fischio a lacerare il silenzio della sera.
Questa
sì che era una situazione da lacrime, ma Paolo non si commosse.
Ripensò
un momento a quello che era stato il loro tempo insieme, ai primi giorni tanto
intensi e così pieni di stupore, di allegria, di gioia.
“Credevo
davvero che tu fossi quella giusta”, pensò mentre rimaneva lì fermo sul
binario, lo sguardo fisso verso il punto in cui, in lontananza, andava a
scomparire il treno.
In
realtà, anche ognuna delle altre gli era sembrata “quella giusta”, ma ogni
volta, amaramente, aveva dovuto ricredersi.
Anche
con lei, così come era accaduto con le altre, ben presto lo stupore si era
tramutato in incomprensione, l’interesse in sospetto, il silenzio in incomunicabilità.
Lei
non lo capiva, non lo capiva più.
A
Paolo pareva che, più si approfondivano fra loro i temi della reciproca
conoscenza, più lei tendesse ad allontanarsi; più lui le chiedeva di
partecipare del suo mondo, più lei sembrava avere paura ad accettarlo, ad
aprirsi, a darsi.
Dopo
poco, pochissimo tempo del loro stare insieme, Paolo intuì che, prima o poi,
anche lei lo avrebbe lasciato, come lo avevano lasciato tutte le altre.
“Questo
no” disse a se stesso “non posso consentire che lei mi elimini dalla sua
esistenza. Non posso permettere che accada un’altra volta: piuttosto lo faccio
io.”
Così,
dopo l’ennesimo pomeriggio
passato a creare tensioni e a generare nuove incomprensioni, fra loro, quando
capì che lei stava per fuggire via, fisicamente, lui la prese per un braccio e
la strinse forte a sé.
“Se
proprio te ne devi andare, lascia che sia io a decidere il modo” le sussurrò
all’orecchio offrendole un bacio che lei accettò di malavoglia.
Sempre
tenendola per il braccio, l’aveva condotta verso la Stazione, perché era lì
che voleva dirle addio per sempre.
“Alle
nove passa l’ultimo treno” le disse quasi in un soffio, la voce rotta dal
groviglio di emozioni che lo possedeva e insieme
dallo sforzo che faceva per tenersela stretta stretta.
Lo
sapeva che non sarebbe stato facile, con lei.
“Non
voglio legami” continuava a ripetere lei, così insopportabilmente bella e così
irriducibilmente ribelle.
Lui,
inguaribile romantico, avrebbe voluto accontentarla, ma non sarebbe servito a
nulla: se avesse fatto come voleva lei sarebbe stato ancora peggio.
Per
lui sarebbe stato insopportabile.
Sarebbe
scappata, ecco che cosa avrebbe fatto; sarebbe fuggita così come avevano
tentato di fuggire le altre.
Non
avrebbe mai aspettato, sdraiata sui binari, l’arrivo del treno.
Così
aveva dovuto legarla.
Stretta.
Poi
aveva chiuso gli occhi per non vederla mentre il treno se la portava via, per
sempre.
“Chissà
se ha pianto”
Addio.