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CIAO, G

              

CIAO, G

 

Era il 1972, o forse il 1973. Se era il 1973, allora non avevo ancora compiuto i quindici anni; oppure, li avevo compiuti da poco, se era Novembre. Si, doveva essere Novembre, perché c’era una nebbia fitta, e già a metà pomeriggio non ci si vedeva quasi più. “Ma qui, c’è sempre una nebbia così fitta?” L’ho incontrato sul palcoscenico del vecchio teatro Cotogni, quello delle rappresentazioni d’opera della fine dell’800, delle operette dei primi anni del ‘900 e poi dell’avanspettacolo, e, in seguito, del cinema a poco prezzo negli anni del boom. Stava in piedi in mezzo alla scena, a provare le luci; sembrerà buffo, ma l’immagine di lui che mi è rimasta stampata in mente è quella delle clark nere sulle assi di legno del palco. “Eh sì, in Novembre sì” “E’ peggio che a Milano… ma come si chiama questo posto?” Risalendo, con lo sguardo, ho notato la gamba più magra, e forse un po’ più corta. La sinistra. Poi la mano atteggiata in una posizione strana delle dita, come in preda a un piccolo spasmo, o a un contorcimento. “Castelmassa, si chiama…” Poi la faccia un po’ scavata, i capelli lunghi, mossi, sempre un po’ spettinati. “E com’è la gente, qui? Si voglio dire… che tipo di persone sono?” Il naso, anche; già, quello non si può non notarlo. Ma, più che tutto (le clark, la gamba, la mano sinistra quasi rattrappita) la posizione in cui teneva il corpo snello, sempre leggermente inarcato, teso, come una molla pronta a scattare. Un cambio della luce (le stava provando per lo spettacolo della sera) ed ho visto la chitarra. Appoggiata a una sedia, a costituire tutta la scenografia del suo spettacolo, la sua chitarra. All’epoca (doveva essere il 1973 per forza) la chitarra era quasi tutta la mia vita: con la mia (una vecchia Eko) ci suonavo, ci giocavo, ci sognavo, ci dormivo insieme; e, ovviamente, ci facevo all’amore, immancabilmente tutti i giorni. La sua chitarra, appoggiata alla sedia. La chitarra di G. Mi sono avvicinato, trattenendo il respiro; ho sfiorato le corde come non avrei fatto mai più con la pelle di nessuno, in tutta la mia vita. “Stasera, durante lo spettacolo… posso fare delle fotografie?” “Si, ma non usare il flash” Tutto ciò che mi resta di quel “Far finta di essere sani” è un turbine di luci e suoni, di voce e musica, di immagini del suo volto trasfigurato dall’interpretazione, di gocce di saliva e sudore che brillavano alla luce dei fari. Le dita adunche della sua mano sinistra sul manico della chitarra. Una serie di foto, scattate con la reflex senza flash, dentro le quali lui è lui. E, più di tutto, l’inizio di una amicizia (ma “amicizia” è una parola troppo grossa) o, meglio, di una conoscenza (ma “conoscenza” è una parola troppo difficile), allora, di un dialogo (ecco, sì, un dialogo) destinato a durare ancora adesso, che sono passati trentacinque anni. Cose che ci siamo detti, in tutto questo tempo, in un camerino, su un palcoscenico, o una sera a cena, dopo uno spettacolo; parole che con i suoi monologhi e con le sue canzoni lui continua a dirmi ancora oggi, nonostante da cinque anni io non possa più dirgli le mie. E un modo quasi identico di guardare il mondo, e la Vita. Ciao, G.

                                                                                                          

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