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CIAO, G 

Fino a che ci sei tu

  

Si girò.

Con un gesto lento, quasi impacciato, fece un mezzo giro su se stesso e le voltò le spalle.

Si ritrovò a pensare che non lo aveva mai fatto prima: mai, in tutta la sua vita.

Fumare, non aveva mai fumato, e a mettersi a dormire non ci pensava nemmeno: ormai dormiva talmente poco, e male, che l’atto di scivolare nel sonno era diventato per lui quasi un miraggio.

Così dei tre gesti che, se non è uno è l’altro, si fanno generalmente “dopo”, non gli era rimasto che quello (forse il più odioso) di girarle le spalle.

Mentre lo faceva pensò che era la prima volta che gli accadeva.

Chissà perché.

Chiuse gli occhi per un brevissimo istante, la bocca stirata  in un ghigno sottile di sofferenza.

Come una lama a traversargli il petto, lo colse il ricordo di quando il sesso per lui sapeva del gusto che hanno le ciliegie mangiate sopra l’albero, con le gambe a cavalcioni del ramo e le foglie che sanno di estate.

Roba di tanto tempo fa.

“Deve essere qualcosa che ha a che fare con il fatto di sentire gli odori” pensò.

E, quasi per mettersi alla prova, fece un respiro profondo  aspirando col naso.

Per primo annusò il lenzuolo, poi l’aria e poi, tenendosela aperta sul  viso, la sua stessa mano.

Non avvertì quasi niente; solo, ma molto lontano, come un vago sentore di cloro mescolato ad aroma lavanda.

“Forse, è l’ammorbidente”.

Già da un po’ di tempo (quanto esattamente non avrebbe saputo dire, chè per questo genere di  cose non si può fissare una data, un giorno e dire: ecco, è da oggi) sentiva molto meno gli odori.

Non che non li sapesse riconoscere, anzi : li distingueva ancora tutti benissimo, ma non li avvertiva più come sensazioni capaci di colpirlo, di prenderlo e scuoterlo, di trascinarlo e commuoverlo.

Di provocargli un brivido, di evocargli un ricordo.

Facendo uno sforzo con la memoria sì, riusciva ancora ad associare un odore ad un luogo, a un momento, a uno sguardo: ma era diventato ormai come cercare disperatamente di  fare gocciolare fuori l’ultima stilla di vino dal fondo della bottiglia, mentre prima in lui le  emozioni erompevano  incontenibili, come sgorga la schiuma dello spumante all’esplodere del tappo.

E anche se delle esperienze che gli era accaduto di vivere (non moltissime, a pensarci bene), ricordava tutto, o quasi,  si trattava  solo di  un puro esercizio di fredda memoria;

il passato, per lui,  era ormai un elenco di fatti, di persone e di date, palpitante della stessa  poesia che può esserci nella lista della spesa.

E, ricordando, non si commuoveva più.

 

“Come con te,  con nessun’altro, prima!”

La prima volta gli aveva fatto un piacere immenso sentirselo dire; in seguito, con il tempo, ebbe modo di convincersi che i casi erano due: o in lui si era miracolosamente incarnata l’onnipotenza di un Dio oppure,(fatto più probabile), la lei del momento andava, giustamente, arrestata per falsa testimonianza.

Fece un mezzo sorriso, ricordando la prima volta dei suoi ventun anni.

Una catastrofe annunciata, alla quale era andato incontro con la spinta di una voglia immensa, da troppo tempo soffocata dentro un corpo asciutto, giovane,vigoroso.

Una molla compressa al limite della  rottura, pronta a scattare e ad esplodere violenta, questo era lui quella sera di Luglio che sul prato c’erano più lucciole che fili d’erba e nuove stelle sembravano accendersi in cielo a decine, a centinaia a ogni istante che passava, a ogni bacio appassionato che lei gli dava.

 

Molla che, giustamente, al primo tocco leggero della pelle di lei scattò, senza che ci fosse stato anche solo il tempo di pensare di fermarla,  per esplodere nel profumo della notte d’estate, contro il cielo crivellato di stelle.

Bel colpo!

 

Sorrise, ricordando il ricordo che aveva; un sorriso che lei non poteva vedere, perché lui

le girava le spalle, sdraiato su un fianco con le gambe  piegate ed il busto incurvato.

Nella quiete assoluta della stanza immersa nel semibuio ora lui ricordava, e lasciava cadere i ricordi nella nicchia che il suo corpo formava sopra il lenzuolo bianco.

Li faceva rotolare piano, i ricordi, rivoltandoli con la mente come si fa di vecchie fotografie rovesciate tutte insieme fuori dallo scatolone, che a spostarle piano, con la mano,  tornano alla luce  come a caso, senza un ordine certo di tempo o di spazio.

O di modo.

Ricordò delle volte che l’Amore era stato, per lui, furioso galoppare (ventre a terra su distese aperte e infinite,  odore acre di pelle sudata e crine nero a sferzargli la faccia ed il petto) e, allo stesso tempo, quando era stato un immergersi lento, avvolgente e profondo, dentro un lago calmissimo e piatto, lungo abbraccio in cui perdersi, vivo, non importa per quanto.

Quando era stato tuffo e quando era stato volo; quando unghiata a strappargli la pelle, quando dolce carezza sul cuore.

Ricordò, ricordando, il sapore della prima sorsata di vita dopo un tempo infinito di giorni,  perso dentro un deserto di pietra, labbra rotte di sole e di sete e continui crudeli miraggi, dolorosi miraggi lontani.

Ricordò, di ogni volta, quando era stata fuga, toccata lieve di genio e di istinto, sinfonia travolgente di figure e armonia.

 Di una sola infinita armonia.

Quando era stato pensieri, quando era stato parole.

Dolce mano di lei sul suo cuore ferito (“Certo che potrà riprendere le sue normali attività! Tutto potrà fare, anche l’amore, si capisce. Qualsiasi sforzo, purchè , s’intende, sia moderato e non comporti eccessive emozioni: è l’adrenalina che la può uccidere!” Grazie tante, “senza grandi emozioni”. Come dire: “un bel tuffo in piscina? Certo che può, basta che faccia attenzione a non bagnarsi!”) ricordò come aveva imparato, con lei, a far sciogliere i nodi nel petto, a trovare misura e respiro, a aspettare che fosse il momento.

Ad avere più spazio e più modo.

E più tempo.

 

Si girò.

Con un gesto fluido,  armonico, senza alcun sforzo apparente fece un mezzo giro su se stesso e tornò a voltarsi verso di lei.

Erano finiti, i ricordi; le fotografie mescolate alla rinfusa erano ammonticchiate di nuovo nella scatola di cartone, ad aspettare di  uscire fuori un’altra volta.

Se ancora ci sarà, un’altra volta.

Guardò lei di uno sguardo dolcissimo, intenso e profondo; la guardò di uno sguardo d’Amore.

“Sei tu”.

Non parole.

Da tempo quasi immemorabile, nessun bisogno di parole, fra loro.

Solo sguardi di occhi ancora vivi dietro ciglia imbiancate e palpebre solcate di rughe profonde; solo carezze leggere di dita incurvate di artrite, baci dolci di labbra rese vizze dal tempo.

Il tempo, quanto tempo.

Non parole.

“Sei tu”.

Tutto quanto sei tu, tutto quanto mi accade, ogni volta, nel letto: l’emozione e il piacere, la dolcezza, il calore, il galoppo sfrenato e l’immergersi lento nel lago, l’entusiasmo e l’attesa, la toccata e la fuga, il crescendo della sinfonia.

Tuffo e volo ed unghiata e carezza, e ogni nuova infinita sorsata di vita.

Tutto quanto tu sei perchè tutto, tutto quanto mi accade, questo è: un continuo venire a cercare di te.

 

Tutto senza parole, solo sguardo profondo negli occhi e  una lunga carezza,  leggera sul viso già solcato di rughe profonde.

“No, non dormivo”

“Che ora è?”

“E’ passata mezzanotte. A proposito: auguri, Amore. Buon compleanno”.

Ancora ricordi, a decine, tutti insieme, come  quando si scioglie all’improvviso il nastro di raso che tiene legate le fotografie, e le immagini rotolano, cadono, si rimescolano e si accavallano fra loro, per un istante solo.

 

“Ho paura che resterai deluso, caro.”    

 

Sul comodino, ancora chiusa nel blister di stagnola, la forma  a rombo di una piccola compressa blu.

(“In caso di bisogno, se le dovesse accadere di… non farcela insomma,  la può prendere tranquillamente. La prenda circa un’ora prima, e vedrà che la aiuterà a raggiungere una  condizione più che soddisfacente. Ma, mi raccomando, senza esagerare: è lo sforzo eccessivo che le può fare male.”)

 

 “Voglio dire, per via della torta”.

 

Si girò, l’ultima fotografia, la più bella, non ancora riposta nella scatola di cartone.

 

“A parte il fatto che non le ho trovate, penso che non ci sarebbero nemmeno state tutte, sulla torta, ottantacinque candeline”.

 

 Di nuovo tutte quante le foto sul lenzuolo, ma stavolta girate dalla parte del dorso.

Infiniti rettangoli bianchi, tutti uguali e insensati; su qualcuno soltanto una data.

 

“Andrà benissimo anche una candelina sola, cara. Dammi un bacio”.

 

Sulla bocca di lei il sapore lontano di ciliegie mangiate di nascosto, stando a cavalcioni sul ramo, nel profumo delle sere di maggio.

Lasciò andare le labbra a un sorriso sottile, abbozzato e, con un tocco leggero delle dita, fece scivolare la compressina blu nel cassetto semiaperto.

 

“In caso di bisogno”, ha detto il medico.

 

No, nessun bisogno.

Non ancora, amore mio.

 

 Non ancora, fino a che ci sei tu.