Il Glucchista
Il mestiere di
glucchista sembra essere stato creato apposta per dimostrare che è palesemente
sbagliato il modo di dire, e di pensare, secondo il quale non vi è limite
all’intelligenza dell’uomo.
Non è affatto vero:
l’intelligenza umana ha limiti, è l’ignoranza che è
sterminata.
Uno,
all’atto di essere arruolato in fanteria, si sente rivolgere, fra le altre,
anche la domanda: “attività svolta nella vita civile”.
“Glucchista”,
risponde franco.
E, allo sguardo
perplesso del Sergente, aggiunge subito: “Lo avete già un glucchista?”
“Ancora no”,
risponde il Sergente, confuso di sé e della profondità della propria
ignoranza.
“Il primo sei
tu”.
Poi chiama un
caporale e gli dice, brusco: “questo accompagnalo direttamente al Comando
Compagnia: è glucchista.”
Al Comando Compagnia
un Capitano osserva con attenzione il foglio matricolare della recluta e
borbotta fra sé: “Ah, vedo, vedo… glucchista…” e subito cancella il suo
nome dalla lista delle corvèe (niente
servizio di pulizie, niente marce, niente guardie: è glucchista! ). “Era un
po’ che aspettavamo un glucchista!”
Poi chiama al telefono la palazzina Comando.
“Comandi, signor
Maggiore! Sono Donati, dal Comando Compagnia. Mi perdoni se la importuno, ma il
fatto è che con il nuovo scaglione di reclute è appena arrivato qui un “glucchista”,
e prima di assegnarlo volevo informare Lei, casomai avesse intenzione di…”
Il Maggiore, che tutto può fare tranne che ammettere di fronte a un
Ufficiale di grado inferiore che lui non sa assolutamente che cosa sia un
“glucchista” non gli lascia tempo di finire la frase.
“Ha fatto bene,
Donati, ha fatto bene! La ringrazio. Me lo mandi qui subito, che intanto io ne
parlo col Tenente Colonnello”.
Il Tenente
Colonnello, informato del fatto che c’è un “glucchista” (finalmente, dopo
tanto tempo che lo aspettavamo! gli ha detto al telefono il Maggiore), altro non
può fare che mettere la “cosa” direttamente in mano al Colonnello, anche
perché l’unica cosa della quale è certo è che sarebbe un grosso sbaglio
ammettere la propria ignoranza, soprattutto davanti a un sottoposto.
Così è che il
Colonnello accoglie con entusiasmo il nuovo arruolato:
“Venga, venga,
soldato. Così lei è “glucchista”! Bravo, bravo! Come è ovvio, lei non
resterà qui, al Battaglione. Visto il mestiere che fa, ho già provveduto a
farla destinare al Comando Generale. Dormirà in caserma stanotte, e domattina
presto sarà a rapporto dal Comandante Generale, che
le assegnerà
direttamente l’incarico. Buona fortuna, giovanotto, buona fortuna!” e se ne
libera in fretta, prima che qualcuno si accorga di quanto profondo è il baratro
della sua ignoranza.
Il Generale
Comandante, senza smettere di aspirare boccate profonde dalla sua pipa, guarda
con cipiglio cattivo ora la recluta che sta ritta sull’attenti davanti a lui,
ora i documenti via via compilati dai titolari dei vari e crescenti gradi di
comando, in rigido ordine di scala gerarchica.
“E… da quanti
anni fai il “glucchista”?” gli chiede con fare brusco e sprezzante (mica
può domandare a una recluta, lui che è Generale, che cosa è mai un “glucchista”!)
“Da diciotto anni,
signor Generale!” “Come, da diciotto anni?! Ma se avrai si e no
vent’anni!!”
“Ventuno, signor
Generale!” “Ma chi credi di
prendere in giro, tu?” esplode furibondo l’alto ufficiale. “Se hai ventun
anni soltanto, come fai a fare il “glucchista” da diciotto?”
“E’ semplice,
signor Generale. Faccio così: vado al fiume, prendo un sasso e quando sono in
mezzo al ponte lo butto giù,
nell’acqua. Gluck!”