EDITI

FOTO

NEWS & EVENTI

 AMICI DI GIANNI

LINK

HOME PAGE

SCRIVIMI

RUBRICHE

FILMATI

RACCONTI PER UN ANNO

CIAO, G 

L’Uccello

  

 A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

Onoratissimo Signore,

dopo un viaggio che pareva non dovere finire mai, e che definire faticoso e duro è decisamente un eufemismo, siamo giunti finalmente al Porto di Rio Guaranà, dove la Goletta del Capitano Schrijver ha attraccato verso il mezzodì di questo Primo di Febbraio, Domenica Giorno del Signore, che prima non è stato possibile a causa del mare grosso.

 Tutti noi della Spedizione godiamo di buona salute, e stiamo bene, tranne il giovane Benjamin, che ha vomitato quasi tutto il tempo della traversata, perché soffre il mare.

Secondo gli Ordini da Vostra Grazia impartiti, ho preso alloggio presso una Locanda della Città ove ho anche stabilito la base operativa della Missione: le casse con il materiale e gli Strumenti sono custodite in luogo asciutto e sicuro (una specie di fienile che fa anche da stazione di Posta per i cavalli, e nel quale ha stabilito il suo dormitorio il giovane Benjamin, che così ne assicura anche la sorveglianza), e il Padrone dell’Ostello mi ha garantito (se non ho inteso male, perché parla un misto di Olandese farfugliato e dialetto di qui, assolutamente incomprensibile) mi ha assicurato che il servizio Postale con l’Inghilterra funziona, anche se fra mille difficoltà.

Farò in modo, siatene certo come del fatto che sono fedele  a Voi e al Re,  di tenerVi continuamente e dettagliatamente informato del procedere delle ricerche, e di aggiornarvi il più rapidamente possibile sui risultati che otterrò, con l’aiuto di Dio.

 

Umile servo Vostro, ossequiosamente Vi saluto

 

Alessandro Riva Woodcock

Ornitologo

 

 

P.S.  Ancora non ho sentito parlare, né, ovviamente, ho intavolato io stesso con chicchessia l’argomento, dell’Uccello.

Avrei potuto farlo durante la cena (che il giovane Benjamin ha disertato, avendo egli ripreso a dare di stomaco non appena avvertito l’odore, invero nauseabondo, dello stufato con fagioli e patate che sembra essere l’unico piatto presente nel menù di questa Locanda), ma mi sono trattenuto intenzionalmente, perché ci sono in giro dei ceffi che mi piacciono poco.

In particolare un uomo sui quarantacinque, alto e allampanato, con due baffetti leccati e il monocolo cerchiato d’argento che parla con uno smaccato accento tedesco e dà fin troppa pubblicità alla sua provenienza Berlinese. Non saprei dire perché, ma mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena, al vederlo, ed ho avuto come l’intuizione che tutto questo suo atteggiarsi a Tecnico Navale tedesco nasconda, invero un po’ goffamente, il vero motivo della sua presenza qui: io penso che, in realtà, non sia Tedesco ma Inglese, e che sia uno dei loro.

Uno di Cambridge.

Ma fidatevi di me: starò con entrambi gli occhi bene aperti, e se i miei sospetti sono fondati, lo scoprirò.

Nuovamente Vostro

Alessandro.

A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

 

Onoratissimo Signore,

dopo tre giorni interamente trascorsi da parte mia ad acquisire informazioni precise sulla zona di avvistamento dell’Uccello ed a procurarmi un mezzo di trasporto idoneo a colà recarmi insieme agli altri componenti la Spedizione,  ci siamo messi in viaggio, io ed il giovane Benjamin, verso l’interno della Regione.

Vi rassicuro, prima di ogni altra cosa,  sul punto della massima circospezione e della assoluta riservatezza con la quale ho trattato di affrontare, nel mio rivolgere domande alla gente di qui, l’argomento dell’Uccello. Non voglio certo che quelli di Cambridge (sempre ammesso che anche loro si siano, come noi, messi alla caccia del misterioso volatile) scoprano i miei piani e ordiscano trame ad  intralciarli: Dio sa come sarebbero disposti a tutto pur di arrivare prima di noi!

Stiamo lentamente risalendo il corso del Fiume Guaranà a bordo di una barca a chiglia piatta per il nolo della quale (compreso il servizio del barcaiolo conduttore) ho pattuito un prezzo a dir poco esorbitante, essendo la unica disponibile.

Lo scorrere delle acque, fra foreste altissime di mangrovie e altre piante a me finora sconosciute, è calmo, e a Dio piaccia non trattarsi del contrario: il giovane Benjamin non sopporterebbe di traversare altri marosi, incline com’è al mal di mare.

Lo osservo ora, mentre redigo questo rapporto che affiderò poi al barcaiolo perché, al suo ritorno in Città, Ve lo inoltri in Inghilterra: egli ( Benjamin, non il barcaiolo) sta tranquillamente seduto da ore su di una murata della barca, con le brache calate ed il posteriore sporgente fuori bordo, talchè il suo disturbo, con il calmarsi delle acque, pare sia migrato alquanto più  in basso, e per quanto prima dava di stomaco, tanto ora pare non riesca a cessare di andare di corpo.

L’Uccello, comunque sia, c’è.

Esiste davvero, ed è davvero così enorme e smisurato come voce era giunta fino alla vecchia Inghilterra, motivando l’invio da parte di Vostra Grazia Onoratissima, della presente Missione.

Il barcaiolo stesso, a  mercede di un minimo sovrapprezzo rispetto a quanto pattuito per il trasporto, mi ha confermato, e giurato su Dio e sui Santi di averlo visto con i suoi stessi occhi, l’enorme volatile, e più di una volta sola.

L’ultimo avvistamento, risalente a suo dire a circa due settimane orsono, ha avuto luogo in vicinanza del punto nel quale il fiume, col suo lento scorrere maestoso, descrive una doppia ansa, e solca una vasta radura.

Ed è proprio colà che siamo diretti, con tutta la Spedizione, con la previsione di giungervi sani e salvi, qualora a Dio piacendo abbia il giovane Benjiamin risolto i suoi problemi intestinali, nel volgere massimo di due giorni da oggi.

 

Rispettosamente vostro, ossequiosamente Vi saluto.

Alessandro Riva Woodcock

Ornitologo.

 

P.S.

Mi sorgono seri dubbi sulla affidabilità del barcaiolo, il quale mi aveva motivato l’esoso esborso per il nolo della barca con il dire che era l’unica disponibile in circolazione: da ieri ho contato almeno altre quattro barche lungo il fiume, una delle quali attraccata a un pontile e le altre circolanti con a bordo diverse persone, tutti Europei; una delle comitive si portava appresso persino due cani di razza dalmata. Niente paura, comunque: del (falso a mio giudizio) Tecnico Navale Tedesco col monocolo d’argento, nessuna traccia.

A.R.W.

A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

 

Fiume Guaranà,  addì  Otto del Mese di Febbraio, Domenica Giorno del Signore

 

Onoratissimo Signore

Le lande e i luoghi che oramai da quattro giorni stiamo percorrendo a prezzo di enormi fatiche e con il rischio di gravi pericoli il giovane Benjamin ed io, potrebbero, da chi fosse abile narratore, essere descritte in molte e difformi maniere, viste e considerate le enormi e inusitate meraviglie che la conformazione dei luoghi, delle piante, degli animali e di ogni diversa espressione della Natura Vivente offre agli occhi sorpresi dell’esploratore costì giunto.

Io, per parte mia, non esiterei punto a definire queste terre come il Paradiso dell’Entomologo.

Oltre alle innumerevoli specie di animali di piccola e media taglia (ivi compresi anche quelli di grossa taglia, come dovrebbe essere l’Uccello che, ormai è quasi certo, abita queste zone impervie ed incontaminate della Terra), oltre a tutti i rettili e i pesci che popolano le acque e le terre paludose circostanti, sono infatti presenti, a numero credo di miliardi, piccolissimi insetti aggressivi i quali, diversamente che alla vista avvertibili e sensibili, giorno e notte infestano l’aria, senza concedere un attimo di tregua . Ne sa ben più di qualcosa il giovane Benjamin, che reca completamente istoriata dai loro morsi urticanti ogni parte di pelle che gli lasciano scoperta i suoi vestimenti leggieri, essendo in tal modo egli afflitto da questo nuovo disturbo non meno che da quelli, ancora presenti anche se in via di remissione, dello stomaco e dell’intestino.

Se l’Uccello esiste veramente, se è vero che abita questa regione e che è di dimensioni così grandi, ne corre per logica conseguenza che esso animale non si nutre di insetti: chè, se così fosse, non vedo come potrebbero tutt’ora rimanerne così copiosi (e Vi assicuro che sono copiosissimi) in giro.

Nell’ossequiarVi rispettosamente, mi confermo umile servo Vostro

Alessandro Riva Woodcock

Entomologo

 

P.S.

Stavo quasi per suggellare con la cera a lacca il presente plico (e mi conforta assai di non avere completata l’opera) quando sono venuto a conoscenza (e da voce degna di fede certa) di un particolare strabiliante riguardante l’Uccello: la bestia parla!! Non zufola, no fischia, non garrisce, non starnazza, non pigola, non tuba, non zirla bensì, certamente anche se incredibilissimevolmente, parla con voce umana! Me lo ha confermato or ora il barcaiolo dopo che, a seguito di ore ed ore di chiacchiere scambiate stando seduti attorno al fuoco (acceso dal giovane Benjamin nella speranza, vana invero, di difendersi almeno un poco dal morso degli insetti), ho convinto a sbottonarsi su quanto di sua conoscenza in merito al misterioso volatile. La confidenza mi è costata la cessione (cui ho volentieri anche se dolorosamente accondisceso) del mio vecchio orologio d’argento con carillon, quello con la cassa lavorata a sbalzo e le sfere di rubino (falso), chè altro denaro da dargli proprio non me ne rimaneva. Ma ora ciò di cui si era sempre solamente vociferato e che tanto incredibile pareva agli Onorati Membri della nostra gloriosa Società di Ornitologia può darsi per confermato: l’Uccello oltre ad essere di proporzioni enormi, oltre a non nutrirsi di insetti ed a mantenersi accuratamente celato nelle profondità della foresta (tanto è vero che, a tutt’oggi, non mi fu possibile di avvistarlo), parla con voce umana! Tale notizia mi fa ad un tempo esultare e tremare: non voglia Dio sia giunta, così come al mio, anche all’orecchio di quelli di Cambridge, ne deriverebbe che molto ci sarebbe da temere per noi della Spedizione, riguardo al nostro destino futuro. Se l’uomo con baffi e monocolo d’argento, il finto Tedesco, è in realtà uno dei Loro, sono certo che non esiterebbe davanti a nulla pur di impadronirsi per il primo della mirabolante scoperta.

A.R.W.

A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

 

Onorabile Signore,

Ambisco sperare, e ottimisticamente mi impongo di credere, che questa mia missiva Vi possa giungere salva e senza fallo, nonché in massima prestezza, chè due sono le nuove importanti che essa contiene e che mi preme assai comunicarVi, delle quali una brutta, l’altra, in compenso, bellissima.

In primis: il giovane Benjamin versa ormai da tre giorni in preda di febbri violentissime che gli squassano impietosamente il corpo di violenti brividi e paiono volergli divorare ogni energia vitale.

Giace da oltre settantadue ore nel lettuccio di foglie di banano che gli ho pietosamente approntato, né credo, continuando così il suo male, potrà levarsene presto.

Dio voglia avere cura del suo corpo e, se del caso, pietà della sua Anima!

In secundis: ho avvistato l’Uccello!

Proprio stamani, all’alba di questo Giovedì Dodici di Febbraio, sono stato destato improvvisamente dall’avere udito, proveniente dalla foresta, un suono lacerante, come un grido umano lanciato da una voce strozzata,  tanto acuto nel tono e terrificante nel timbro che altri menti non saprei definirlo se non con il termine di “raccapricciante”.

Sulle prime, considerando l’ora e le condizioni del mio giacere in stato di dormiveglia accanto al febbricitante Benjamin, credevo si trattasse del di lui ultimo respiro, esalato nel trapassare dalla Vita alla Morte. Poi, accertatomi del fatto che, seppure assai penosamente, egli respirava ancora, ho voluto credere si  fosse trattato di un suo incubo, patito nel delirio della febbre.

Nondimeno, levatomi precipitosamente dal mio modesto giaciglio ed uscito nella radura antistante la nostra capanna di frasche verdi, il medesimo grido ho udito per la seconda volta, anche se in modo meno chiaro e definito, come è di un suono la cui sorgente si stia allontanando. Parimenti mi è parso di scorgere come uno scuotersi di canne e di frasche in lontananza, verso il fiume, come un agitarsi di verdura certissimamente non dovuto all’azione del vento chè (di questo sono affatto e risolutamente sicuro) vigeva, al momento, una assoluta calma d’aria.

Consequitur: era l’Uccello!

Della bontà di questa affermazione, se non in virtù di una percezione visiva diretta, sono convinto a ragione di una serie di incontrovertibili conseguenze logiche.

Parlasi di un Uccello, ed il grido da me udito proveniva dall’esterno e nella fattispecie dal cielo (luogo appunto deputato, per Natura, al volo degli uccelli); item: affermasi di questo Uccello che sia invero di proporzioni enormi, e assai vasta appunto era la estensione di verdura e foglie e frasche messa in sommovimento dal suo penetrarla nel cadere dal volo; finaliter: dicesi di esso Uccello che parli quasi con voce umana, e di tal fatta era appunto l’urlo da me udito, e reiteratamente, come di essere umano che lancia, con voce strozzata, un disperato grido di aiuto.

Il quale, nel cimentarmi immodestamente a scriverlo e a descriverlo a Voi, Dottissimo ed Eminentissimo Signore, direi quasi che suonava come un :

“OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!”

O, almeno, a qualcosa di simile a questo si avvicinava.

Vostro riverentissimo

Alessandro Riva Woodcock

Ornitologo

 

P.S.

Affido questo plico, e le importantissime notizie in esso contenute, ad un barcaiolo di passaggio che discende, con il suo carico di esploratori di razza Europea, il corso del fiume, talchè il nostro, di barcaiolo, ci ha precipitosamente abbandonati, me e il moribondo Benjamin, al secondo giorno di persistenza del di lui stato febbrile (di Benjamin, non del barcaiolo), facendoci chiaramente comprendere il suo terrore sacro (suo del barcaiolo, si intenderà) di essere colpito dal contagio. Timore che non gli ha impedito, altresì, di appropriarsi indebitamente, nell’andarsene, di tutta la nostra attrezzatura, elementi di vestiario compresi, che Dio lo fulmini.

Vostro affez.mo

A.R.W.

 

 

 

 

A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

 

Pregiato e Stimabile Signore,

se il giovane Benjamin non fosse caduto, dopo sette giorni di febbri continue, in uno stato mentale paragonabile solo a certe forme di ebefrenia che si possono osservare nei nostri Regi Manicomi, mi potrebbe essere buon testimone di uno dei fatti più sconcertanti che Ornitologo, o studioso nella Natura in genere, possa affermare di avere visto verificarsi: l’atterraggio, in piena foresta tropicale, di un Uccello parlante.

Perché questa è l’osservazione che ho potuto, a prezzo di enormi fatiche e con la sopportazione di ogni più grave disagio, condurre “de visu”: l’Uccello parla con voce umana, e lo fa nell’atto stesso di cedere dal volo ed atterrare al suolo.

Ma andiamo per ordine: ho veduto l’Uccello.

Coi miei stessi occhi (Dio me li conservi e salvi sempre, al pari di quelli del Re e dei Vostri), ho visto la di lui enorme figura nera stagliarsi contro il cielo infuocato dal sole al tramonto, e seppure in quella fortunatissima circostanza il mio luogo di osservazione fosse lontano e defilato alquanto rispetto alla traiettoria tenuta dal volatile, non  ho mancato di riconoscerne le fattezze: ali grandi, di apertura smisurata, capo globoso terminante in un  lungo becco adunco e direttamente attaccato al corpo, anch’esso tozzo nelle proporzioni e di forma globosa.

Era lui, il misterioso Uccello alla cui ricerca avete avuto la benevolenza  di inviarci (me ed il giovane Benjamin) in queste lande lontane e sperdute, ancorché di enorme bellezza paesaggistica e naturale.

Era lui perché, proprio nell’atto di scendere verso il terreno con una picchiata strana, avente le movenze di chi cerchi disperatamente e invano di arrestare il corso della sua caduta, proprio nell’attimo di toccare il suolo, l’ho udito lanciare il suo urlo impressionante:

 “OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!”

Scrivo queste parole non più come messaggio da inviarVi, ma solo per me medesimo, quasi a consolazione della penosa situazione nella quale mi vengo a trovare. Infatti da ormai molte giornate siamo rimasti isolati e soli in mezzo alla foresta, né posso mettermi a cercare il sentiero che conduca al fiume, che mi manca il cuore di lasciare a se stesso il giovane Benjamin (che è ancora assai debole, e non si regge in piedi).

Insomma, ci siamo irrimediabilmente perduti, e non solo mi risulta impossibile inviarVi questo resoconto, ma nemmeno mi restano soverchie speranze di potere mai io stesso, un giorno, rivedere la nostra amata Inghilterra.

Indipendentemente da ciò, e non ostante il profondo sconforto del quale sono vittima (il giovane Benjamin sembra non soffrire ormai nemmeno di tale stato d’animo, anzi, pare non essere in grado di nutrire alcun sentimento, limitandosi egli a fissare lo sguardo ebete nel vuoto, e a lanciare qualche sospiro, di tanto in tanto) nonostante tutto continuo a redigere queste pagine ed a tenere ordinata annotazione delle mie osservazioni naturalistiche, se non altro in ottemperanza a un preciso dovere scientifico.

Infatti, se pure sono tutt’altro che certo di sopravvivere a questa situazione, rimango pur sempre l’unico essere civile che può affermare di avere veduto l’Uccello, e ciò mi inorgoglisce e mi rincuora di grande soddisfazione.

Parimenti mi piacerebbe molto, fosse anche l’ultima cosa che Dio, nei suoi imperscrutabili disegni, mi concede al Mondo, comprendere il mistero del volatile, di come sia possibile che parli con voce umana e perché mai lo faccia.

Con ciò, potrei considerare compiuta, e con successo, la mia missione su questa Terra.

Sappiatemi in ogni modo fiero di essere, anche se poco utilmente,

servo Vostro

Alessandro Riva Woodcock

Ornitologo.

 

P.S.

Negli ultimi tre giorni ho udito, e distintamente, per ben quattro volte il grido del volatile. Ed ho accertato che egli lancia il suo urlo quasi umano sempre e soltanto nell’atto di apprestarsi a discendere al suolo. Pur se non ho testimoni da portare a sostegno delle mie osservazioni (essendosi il giovane Benjamin ormai completamente inebetito), Vi prego, se altrimenti non fosse almeno in considerazione dei servigi da me resi in passato a Vostra Grazia, Vi scongiuro di credermi sulla parola.

E’ così che accade: l’Uccello, quando sta per atterrare, scuote l’aria e le fronde degli alberi e le canne e ogni altra verdura circostante in virtù di un roteare di ali che esso compie in senso contrario a quello del volo, come se appunto volesse arretrare anziché avanzare, quasi cercasse disperatamente di evitare l’impatto con il suolo.

E, mentre in modo così strano si atteggia, lancia il suo urlo agghiacciante: “OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!”

Credetemi, Onorabile Signore, è così.

Non sono pazzo.

A.R.W.

 

 

 

A Sua Grazia

Sir Alfred Winston Raleigh

Decano della Reale Società Scientifica di Ornitologia di Oxford

Londra

 

Eccellentissimo ed onorabilissimo Signore.

Ora so.

Ora l’inesplicabile diviene comprensibile, ciò che era oscuro finalmente si chiarisce e persino l’incredibile diviene del tutto accettabile dalla ragione.

Ora so il perché, e ne comprendo il motivo, dello stranissimo vociare dell’Uccello.

La dove la immaginazione fervida e la pur acuta intelligenza non potevano giungere, la forza della osservazione consente di svelare ogni arcano, di sciogliere ogni mistero.

Ho finalmente visto, grazie a Dio, l’Uccello da un presso, essendogli io giunto vicino, ma talmente vicino da poterlo quasi toccare.

E invero toccato lo avrei, e di mia stessa mano, se non fosse stato per la naturale avversione che mi è propria, e in modo invincibile, a  toccare qualsiasi essere morto.

Uomo, animale o Uccello che sia.

Neanche il giovane Benjamin, benché io gli sia tanto affezionato, nemmeno lui, dovesse Dio non voglia, trapassare, avrei l’ardire di toccare, una volta morto. (Non è detto che muoia: anzi, a dire il vero pare persino che sia migliorato. Non manifesta più febbre da ormai tre giorni, e nemmeno le punture degli insetti sembrano più tormentarlo; ma è ridotto, ahimè, quasi allo stato vegetale, non facendo egli altro, per tutto il Santo giorno, se non tenere fisso lo sguardo nel vuoto. Anche se interrogato, non risponde, nemmeno a scuoterlo con violenza si scuote dal suo torpore. Forse, sarebbe davvero meglio se morisse.)

Il vederlo (l’Uccello, non il giovane Benjamin) ha costituito per me una emozione fortissima.

E’ accaduto stamani, mentre andavo come tutte le mattine di buon ora, in cerca di una polla d’acqua limpida cui attingere per le necessità vitali mie e del mio sfortunato compagno di avventura.

Dopo che ebbi udito per l’ennesima volta, e in questa occasione proveniente da molto vicino, l’urlo solito del volatile, quell’“OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!” gridato quasi come un lamento d’essere umano, non mi furono necessari molti passi per fare l’incontro più importante, e sicuramente più a lungo vagheggiato, della mia vita di Ornitologo.

Il corpo mollemente adagiato nell’erba, proprio nel bel mezzo di una piccola radura di sterpi e bassi cespugli, l’Uccello giaceva inane, esanime, esangue.

Immobile. In una parola: morto.

E l’osservazione attenta e minuziosa del suo cadavere, da me compiuta non senza l’ostacolo costituito da un profondo ribrezzo, mi ha portato, in virtù della forza della logica e della deduzione, a comprendere  le ragioni per le quali l’Uccello, da vivo, era solito lanciare il suo angoscioso e angosciante: “OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!” 

Ragioni e motivi che potrete subito comprendere anche Voi, Dottissimo e Venerabile Signore, una volta messo che sarete a conoscenza (ma lo sarete mai? Giungeranno, in qualche modo e in qualche momento, fino a Voi questi miei scritti? E’ lecito credere, sia pure con la forza ultima della disperazione, al verificarsi dell’improbabile, dell’incredibile? Dell’impossibile?) una volta che sarete, appunto, messo a conoscenza dei risultati della misurazione anatomica che, dell’Uccello ormai cadavere, ho scrupolosamente  condotto e con la massima precisione.

Tali essi sono: 

       - peso totale stimato del corpo centocinquanta libbre;

       - lunghezza totale del volatile, dalla coda alla punta del becco: nove piedi e tre pollici;

       - lunghezza del solo becco:  dodici  pollici;

       - lunghezza del corpo (dalla coda all’attaccatura del collo):  otto piedi e due pollici;                                                                       

-         apertura alare:  trentadue piedi e quattro pollici;

-         lunghezza delle zampe:  undici pollici;

-         lunghezza (penzolante dal posteriore del corpo) della borsa scrotale compresi i pesanti annessi in essa contenuti: diciassette pollici e un quarto.

 

Stanti queste misure, e considerato ogni aspetto della complessa dinamica del volo dell’Uccello in generale, e quelli relativi alle fasi di atterraggio in particolare, questo è l’ultimo e definitivo giudizio che formulo, oggi (arriverò vivo fino a domani? Solo Dio lo sa!) in merito all’“OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!” urlato dall’Uccello mentre atterra al suolo: non so in quale modo esso riesca a lanciare il suo grido, ma so di certo perché lo fa!

Umilissimo servo Vostro sempre.

Alessandro Riva Woodcock

Ornitologo

Foresta tropicale attorno al corso del Fiume Guaranà , Addì  Ventidue del mese di Febbraio, Domenica, Giorno del Signore.

 

P.S.

Dio salvi il Re!

 

 

“Ecco le cartelle che mi aveva chiesto, Dottore. Sono tutte aggiornate, tranne quella del Signor Martins”,

“Martins, dice? E’ accaduto qualcosa?”

“Niente di grave. Solo, ha trascorso una notte molto agitata, e abbiamo dovuto ricorrere alla terapia al bisogno.”

“Tioridazina?”

“Si Dottore, centocinquanta milligrammi in tutto, in tre dosi refratte, come da indicazioni.”

“Ottimo. Aggiornerò io stesso la cartella appena finito il giro visite. E il Signor Benjamin?”

“Oh, va abbastanza bene, Dottore. E’ sempre molto tranquillo; forse anche troppo tranquillo.

 Il Dermatologo lo ha visto venerdì nel pomeriggio. Conferma che le lesioni sulle braccia sono da riferirsi a ferite autoinflitte, probabilmente con un ago da cucito. Alcune si sono infettate.”

“Lo immaginavo. Ma lui ha parlato? Ha detto qualcosa?”

“No, ancora niente. Niente di niente. Praticamente non fa altro che scarabocchiare fogli su fogli, senza fermarsi mai; basta rifornirlo di carta ed è docile come un agnellino.”

“Ma ha scritto qualcosa di sensato, almeno?”

“No, Dottore, purtroppo no. Sono sette giorni che non fa altro che riempire i fogli con quell’unica parola ripetuta all’infinto. Ecco le pagine che ha riempito nel weekend.”

“Ah, vedo. Sempre“OHDDIODDIODDIODDIIIIOOOOOOOO!”  Nient’altro?”

“No, per il resto è praticamente impossibile mettersi in contatto con lui. A proposito, ha letto gli altri fogli, quelli che i ragazzi del Pronto Intervento hanno trovato nel suo appartamento?”

“Sì, la storia dell’Uccello. L’ho letta ma voglio riguardarla con più attenzione; forse è tutta lì la chiave del caso. Comunque, non male come fantasia, per un impiegato delle Poste che non si è mai mosso da Londra in vita sua. Di quello che gli può essere successo, si sa qualcosa?”

“I vicini  dicono che non è più uscito di casa dai primi giorni di Febbraio. I ragazzi del pronto intervento hanno trovato il suo appartamento in condizioni pietose: sporcizia, disordine, residui di vomito e insetti dappertutto…  Poverino, giovane com’è mi fa pena. Deve essere completamente impazzito.”

“Signorina, se non fosse completamente pazzo, non si troverebbe qui, non crede?”

“Certo, Dottore, certo. Questo è ovvio.”

“Bene, allora cominciamo il giro delle visite, che fa presto a farsi tardi, e non voglio perdere il volo per il Sudamerica.”

“Ah, è vero, la sua spedizione. Buon viaggio, Dottore.”

“Grazie. Ha con sè le chiavi?”

“Sì”

“Molto bene. Allora segni sul registro di entrata: Dottor Vollmer e Infermiera Ewing, ingresso Reparto Agitati ore 8,30 del Ventinove Febbraio 2004.”

“Fatto, Dottore. Possiamo andare.”

“E aggiunga anche: Domenica, Giorno del Signore”.