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Il Personaggio Misterioso

 

Ai lettori

 

 

Diamo il via, con la rubrica di questo mese, contemporaneamente a un gioco, a un tentativo, ad un esperimento.

Sarà proposta all’attenzione ed alla arguzia dei lettori, di volta in volta, la figura di uno Sportivo,  di un Personaggio che ha lasciato una traccia, un segno nell’ambiente dello Sport .

Ovviamente, (se no, che gioco sarebbe) starà al lettore cercare di indovinare, sulla base di precisi

indizi, di chi  si tratti, se uomo o donna, figura del presente o del passato, protagonista del calcio o di altri sport.

Naturalmente, trattandosi di un tentativo, non sappiamo ancora se l’iniziativa riscuoterà successo, soprattutto se si considera che, pur essendo un gioco, non sono previsti premi di sorta, per nessuno.

Non vi resta, dunque, altro che essere protagonisti di un esperimento, l’occasione che vi è data di mettere alla prova il vostro intuito, la vostra arguzia e la vostra sensibilità nel cercare di riconoscere il Personaggio Misterioso  che si cela fra le righe del breve raccontino.

E, magari, di fare a gara fra  di voi  sulla misura di chi l’abbia scoperto prima degli altri (al primo, secondo terzo o, non si voglia, ultimo periodo)

A tutti in bocca al lupo, e buon divertimento!

 

 

Airone

 

Viene su.

Pedala, pedala, pedala, pedala.

Fossi nato quarant’anni prima, ci sarei stato anch’io, insieme al Nonno, ad aspettarlo sul Passo, sulla cima più alta del Giro, quella che oggi porta il suo Nome..

Ma non è nostro potere decidere del nascere e del morire.

Così di lui ho solo che ricordi di racconti, immagini di imprese da Epopea filmate in bianco e nero   e rilanciate dalla TV in occasione di qualche anniversario.

Una canzone di Gino Paoli.

E una fotografia, davanti agli occhi tutti i giorni.

 

Il Nonno, lui sì che l’ha visto davvero: dice  che quando si arrampicava sulla strada bianca veniva su lieve come un uccello in volo, le lunghe leve a muovere i pedali in un gesto rotondo, elegante, come se non facesse fatica.

In mezzo agli avversari stravolti di sudore e di  pendenza, le gambe  pendolanti su e giù sui pedali come pistoni di un diesel sfiatato, lui restava incollato al sellino, la schiena “ferma che ci potevi appoggiare un bicchiere colmo d’acqua, che te lo portava fino in cima senza versarne una goccia”.

 Questo era lui: una macchina meravigliosa, creata per scalare montagne, dentro il petto un cuore da trentotto battute al minuto, nelle gambe l’energia inesauribile di un motore perfetto, e i massaggi sapienti delle mani di un cieco.

Sulla fronte una ciocca di capelli neri, nello sguardo, lontana, la cima.

Pedala, pedala, pedala, pedala.

A non averlo visto, mai, mi restano di lui immagini di sudore che stempera il colore azzurro della maglia giù lungo la schiena e fianchi, giù sulle gambe lunghe solcate da una geografia di vene, bagliori in controluce di sole tra le nubi, il tutto in continuo movimento, come in un quadro Futurista.

Diceva il Nonno che da stare su, sul Passo, la strada bianca faceva paura già a guardarla,  per come si srotolava ripida un tornante dietro l’altro, lunghissima e impietosa, esposta al vento e al sole, miniera a cielo aperto di polvere che arriva fine dentro le narici, graffiante sulla pelle, bruciante dentro gli occhi.

Fra una moto e l’altra, un silenzio indescrivibile, sospeso nella lunghissima attesa di lui, fino a quando compariva sei tornanti più in basso, Airone che carezza, col suo volo leggero, la Strada.

Pedala, pedala, pedala, pedala.

Fossi nato quarant’anni prima.

Qui dove sono io , non mi resta che guardare una foto, e cercare di capire.

Nella foto, lui si trova davanti, tubolare di scorta incrociato sul petto, busto eretto e la solita ciocca di capelli neri sulla fronte.

Nel suo viso, scolpita, la fatica; dentro gli occhi l’Izoard.

Solamente una ruota e mezza dietro, Gino Bartali tende in avanti una mano, la destra, verso il braccio che lui, senza girarsi a guardare, gli tende indietro.

Sulla strada bianca le ombre di uomini e biciclette hanno l’angolo obliquo del mezzo mattino, o del primo pomeriggio.

Chi lo sa.

Lui allunga il braccio all’indietro verso la mano destra di Gino che gli tende una borraccia; o gliela prende.

Chi lo sa.

Non si capisce dalla foto, né si potrà saperlo mai chi dei due, quel giorno, ha dato un po’ della sua acqua all’altro, se Gino a Fausto o Fausto a Gino.

Una delle Leggende più grandi dello Sport, la più bella che la Strada abbia mai raccontato si porta dentro il mistero irrisolto di questo episodio,  lasciandoci solo l’ambiguità di un  gesto cristallizzato per sempre in una foto destinata a diventare l’emblema del Ciclismo.

 

Sullo Stelvio, sull’Izoard, sul Gavia,  da allora lui, l’Airone, pedala.

Potessero decidere, le Montagne che si fanno carezzare dai fiumi che le discendono, avrebbero scelto lui per farsi carezzare dal suo salirle leggero, per sempre.

Ma non si ha il potere di decidere del vivere e del morire.

Così è che un Plasmodio, l’animale più  piccolo del mondo, riesce ad avere ragione dell’organismo più perfetto che la Natura abbia messo sulla Terra, dell’uomo più forte che il Destino abbia mai messo su una bicicletta.

E l’Airone muore, ucciso dalla banale puntura  di una zanzara.

 

Ci sono dei momenti, quando più mi pesa questa fatica che mi porto dentro di correre, di salire, di vivere, che mi pare di arrivare solo a sfiorare, con la mente, la rivelazione di  una grande Verità, senza riuscire mai a raggiungerla.

Forse sono ricordi di racconti, immagini di scene immaginate, ma è come se io mi arrampicassi a fatica su per infiniti tornanti, e  lassù ci fosse lui, l’Airone, ad aspettarmi sulla Cima più alta del Giro, quella che porta il suo Nome.

In questi momenti, davvero quasi mi dispiace di non essere nato quarant’anni fa, e non aver potuto sentire, dal vivo come ha fatto il Nonno, le Parole, la voce  rotta di emozione di Ferretti che grida:

“C’è un uomo solo al comando!  La sua maglia è azzurra! Il suo nome è Fausto Coppi!”