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Per via

“Ora ti spiego tutto, del ‘per come’ e del ‘per via’ ”.

Aveva un modo davvero strano di parlare l’italiano, la gente di quelle lande, un linguaggio sgrammaticato e grezzo, quasi il tentativo malriuscito di usare un idioma straniero, difficoltoso e ostile, palesemente estraneo a quella che era la sua lingua naturale  e originaria, un dialetto fatto di suoni gutturali e di parole tronche, ma che si ‘respirava’ fin dalla nascita, e che serviva tanto bene per comunicare con le bestie come con le persone.

Un ‘argot’ strettissimo, completamente intraducibile, comprensibile solo ai cani, alle mucche o a un altro contadino.

Chi voleva parlare ‘in  lingua’ e servirsi dell’italiano (nelle occasioni e nei momenti in cui era proprio obbligatorio, s’intende), lo faceva a prezzo di  sforzi non indifferenti ed incorrendo, necessariamente, in errori di forma e stile, se non in macroscopici strafalcioni.

“Per via?” si chiederebbe, nel migliore italiano possibile, appunto uno di questi zotici abitanti della Bassa Padana, coltivatori di mais e allevatori di maiali, gente schietta ma dall’orizzonte culturale ristretto, i cui confini spesso coincidono con il fosso di scolo del campo di barbabietole.

“Per via che l’italiano è una lingua difficile, e come lo parli, sbagli!”

Questo ‘per via’ costituisce l’esempio classico di come e quanto scorrettamente quella gente facesse uso delle parole, una volta abbandonato il terreno conosciuto e rassicurante del dialetto per avventurarsi nel groviglio inestricabile della Lingua di Dante.

Il ‘per via’ non veniva usato con il significato che dovrebbe essere proprio della locuzione (che è quello di ‘lungo il percorso’, ‘lungo la strada’ oppure ‘attraverso un tramite’) ma con una accezione giustificativa o esplicativa, intendendolo nel senso di ‘a motivo di’, ‘dal momento che’.

“Ora ti spiego tutto” dicevano quei buzzurri (e lo dicono ancora), “del percome e del per via”, dove il ‘per come’ tende a chiarire le ‘modalità’ dell’accadere dei fatti mentre il ‘per via’ ne indaga le motivazioni  causali intrinseche.

“Non ho fatto i compiti ‘per via’ che ho stato dietro alle bestie, signora Maestra!”

E,  bisogna ammetterlo, questa sì che era una giustificazione valida.

Poco o nulla preoccupati di quanto il loro uso della Lingua avrebbe fatto inorridire un Accademico della Crusca, gli abitanti di quel piccolo borgo di campagna, là nella Bassa, conducevano una vita tranquilla, al limite della monotonia, in primavera preparando l’orto, d’estate mietendo sterminate estensioni di cereali, in autunno vendemmiando e all’inizio dell’inverno uccidendo il maiale.

Più o meno, tutto qui, dal punto di vista esistenziale.

Cionondimeno non mancavano, in quella realtà bucolica, i motivi di affanno e, nei casi peggiori, nemmeno le disgrazie vere e proprie quali, ad esempio,  le mogli bisbetiche e gli attacchi di emorroidi.

Aristide Bastioni, di anni cinquantotto, detto ‘Cartòn’, Poeta e contadino, soffriva, e atrocemente, di tutte e due le pene: della moglie da più di trent’anni, dell’altra ‘cattura’, quella  relativa alle “zone basse” da ormai tredici giorni.

E, in cuor suo, non avrebbe saputo dire quale fosse ‘la peggio’.

“E’ per via che mangi troppo, e bevi troppo, e fumi troppo anche!”

Dal punto di vista di sua moglie, che pareva essere saldamente basato su un ricchissimo bagaglio di conoscenze di fisiopatologia e clinica,  il “per via” di ogni disturbo si trovava, sempre e indubitabilmente, in tutto ciò che a lui poteva recare qualche soddisfazione, o piacere.

Per estensione anche giocare a carte la sera o andare a pesca la Domenica erano fattori favorenti, se non scatenanti, la crisi emorroidaria acuta.

“E non venire a lamentarti con me, se poi stai male!” gli diceva, tanto per consolarlo, quando il dolore si faceva più spasmodico.

Male, Aristide Cartòn, stava male davvero, anzi malissimo.

Dopo avere smesso, nell’ordine, di bere, di giocare a carte, di andare a pesca, di mangiare saporito ed anche, in preda alla disperazione più nera, di fumare, visto che nessuno dei provvedimenti, ancorché indicati come indispensabili dalla moglie, si era rivelato efficace, capitolò e si arrese all’ultimo e più tremendo ‘diktat’ della consorte:

“A Bologna bisogna andare, a farti visitare dal Professore Adami!”

“Per via?” tentò di controbattere il povero Cartòn nell’estremo, disperato tentativo di sottrarsi alla cattura.

“Per via che il Professore Adami è uno che ne sa, che ha curato la cugina della cognata della zia quando aveva le “vene vanitose”, e che quando uno è un testone come te, che mangia e beve e fuma e gioca a carte, e dopo si lamenta che sta male, bisogna affidarsi a uno che ne sa , e farsi curare, e così vedremo se ci riuscirà lui a farti rigare diritto, se almeno a lui lo ascolti, lui che è Professore!”

Quando l’ossessione del ritornello, incessante e assillante nel suo martellare durante tutto l’arco della santa giornata, divenne se non più grande, almeno pari a quello del dolore al fondo schiena, Aristide Cartòn cedette, e tramite un rappresentante di anticrittogamici amico suo, che si recava a Bologna tutte le settimane per lavoro, e del quale ci si poteva fidare, essendo anche lui nel ramo della Sanità, prese un appuntamento con il Professore Adami, Proctologo, per il giorno sei Marzo, alle ore undici precise.

 E all’alba del fatidico giorno (“sei Marzo” pensò Aristide, proprio una data adatta a me!”) partì in direzione di Bologna in compagnia della moglie perché, dovette dolorosamente ammettere, ridotto ormai allo stremo, “non solo al cuor non si comanda!”.

Come città, Bologna si rivelò essere grande, caotica e lontana.

Grande, per via che da qualunque parte si guardasse, non si riusciva a vedere dove finivano le case; caotica, per via che c’erano mille e mille strade e piazze e vicoli, e gente per la strada e macchine, e biciclette e furgoni e traffico per le vie che erano contorte e lunghe e così tante che non ci si orientava.

Lontana, per via che il viaggio in bicicletta, con la moglie sulla canna e il fondoschiena sulla sella dura aveva fatto definitivamente precipitare una situazione, quella del soprassella di Aristide Cartòn,  che era già di per sè gravemente compromessa.

Quando Dio volle, e non senza l’aiuto compassionevole di tre o quattro bolognesi misericordiosi ai quali i due avevano mostrato il bigliettino con “scritto su” l’indirizzo, arrivarono, dopo essersi persi solo due o tre volte, all’ambulatorio del famoso Professore Adami.

 Proctologo, come era  “scritto su” sulla targa di ottone, lucida e scintillante.

“Vado su io solo”, disse Cartòn, paventando in sé che qualsiasi cosa gli avesse detto l’illustre Saggio, se fosse giunta all’orecchio della moglie, si sarebbe trasformata in una nuova arma da usare contro di lui, un ulteriore strumento di tortura consegnato nelle mani dell’aguzzino.

“Meglio soli”, pensò.

E si avviò su per le scale lasciandosi dietro, a rimbombare nei pianerottoli del vecchio palazzo, la consueta,  infinita litania di lei:

“ E sta attento a come parli, e cerca di spiegarti bene, e digli tutto delle sigarette e delle cene con gli amici e del vino e delle carte, e cerca di  capire bene quello che ti dice, che sei un testone e poi finisce che non ti ci ritrovi, che ti confondi con la cura, e che con tutti i soldi che paghiamo la visita va a finire che tocca tornarci, per via che non ascolti mai e dopo non capisci niente di quello che ti dicono, come al solito, asino che sei…”

 

La visita andò come doveva andare.

Il Professore, che era davvero Illustre, e forse anche qualcosa di più, terminate che ebbe le manovre di ispezione e palpazione, si tolse i guanti e scarabocchiò rapidamente qualcosa su un foglio.

 Foglio che mise con un gesto frettoloso nelle mani tremanti di Aristide Cartòn, dicendogli un laconico: “Ecco qui, prenda questo tre volte al giorno, per via anale.”

E lo congedò, facendo entrare subito un altro dei moltissimi altri pazienti in attesa.

 

 

Aristide Bastioni, detto Cartòn, raggiunse la moglie che lo stava aspettando per via, ancora sofferente nel suo…intimo, ma con il cuore più leggero.

Nessun divieto gli aveva imposto il Professore, nessuna delle tanto temute proibizioni, solo una medicina da prendere tre volte al giorno “et voilà”, il gioco è fatto.

“Mi pare impossibile! Sicuramente non avrai ascoltato e non hai capito bene!” esplose la moglie udite le parole  con le quali il marito, di fatto, le toglieva quasi tutte le frecce dall’arco, esautorandola dalla posizione di dominio della situazione che era sempre stata sua.

“Impossibile, per via?”

“Impossibile per via che non ci credo che non ti ha proibito di bere e di fumare, e di fare tardi la sera, e di mangiare grasso e… e poi, cos’è che ti ha ordinato di prendere? Dà qui, fammi vedere!”  e gli strappò la ricetta dalle mani, continuando ad apostrofarlo in malo, anzi in malissimo modo. “Com’è che la devi prendere questa roba?”

“Ha detto il Professore ‘per via Anale’.”      

“Via Anale? E dov’è questa via Anale?”

“Ah, questo poi non lo so!” disse Cartòn, stringendosi nelle spalle.

“Non lo sai?” inveì la moglie, sempre più arrabbiata, “Non lo sai!?! E non glielo potevi chiedere al Professore, già che c’eri, testone di un testone che sei! Adesso, dove andiamo a prenderla questa medicina, che non sai nemmeno dove si trova questa via Anale, e sì che te lo avevo detto di stare attento pezzo di somaro che non hai capito niente, come al solito, e  adesso non sappiamo come fare a farla la cura, per via che sei tonto come pochi, ecco quello che sei! Adesso torni su dal Professore e gli chiedi…”

“Ma sei impazzita?” ebbe il coraggio di interromperla Cartòn, “tornare su a che fare? A disturbarlo mentre sta visitando? Quello è un Professore, sai, mica il bovaio! Quello, se lo irriti, è uno che si incavola di brutto e magari, per una parola in più che gli fai dire,  è capace che ci fa pagare un’altra volta la visita, e …”

Al vedersi  prefigurare  il pericolo di un ulteriore esborso economico, la moglie furibonda riacquistò, se non la calma, almeno un po’ di lucidità e, col fare direttivo che le era proprio, prese una decisione, stavolta dobbiamo ammetterlo, più che saggia.

“E sia. Domandiamolo a un Vigile dov’è che si trova, qui a Bologna, questa via Anale.”

“Non c’è!” disse il Vigile guardando con aria tra il divertito e il sospettoso i due contadini che gli si erano fatti incontro tenendo insieme la bicicletta per il manubrio, ognuno da una parte.

“Via Anale, non c’è!”

“Come, non c’è? Guardi bene, chè deve esserci” disse Cartòn anticipando d’un soffio lo scoppio d’ira della moglie che lo fissava con occhi di brace.

“Deve esserci per forza! Me l’ha detto il Professore Adami, che è uno Scienziato!”

“Senta qui, caro Signore” tagliò corto il Vigile, “Adami o non Adami, via Anale, a Bologna, non c’è! E non continui ad insistere se no mi potrebbe venire in mente che vuole prendermi in giro! E in questo caso…”

“No, no, Signora Guardia! Non vogliamo prendere in giro nessuno! E’ per via che lui, mio marito, è un asino, ecco che cos’è, un asino e un testone, che glielo dico sempre! Lo scusi tanto, Signora Guardia, lo scusi tanto!”  e trascinando via la bicicletta con  ancora attaccato al manubrio il povero Aristide, la donna, infuriata più che mai, sentenziò, ed in modo inappellabile, che il  sofferente (perché soffriva ancora, invero, e molto, e non solamente nell’orgoglio) sarebbe tornato su dal Professore Adami, a chiedere lumi.

“Le ho detto che la medicina la deve prendere per via rettale! Per via rettale, ha capito?”

“Sì, sì, ho capito. Grazie Professore, grazie! E mi scusi, mi scusi tanto!”

“Piuttosto veda di non venirmi a disturbare più” tagliò corto un Professore Adami molto irritato per l’interruzione provocata dall’intrusione di quello zotico, villano di campagna, ignorante e importuno idiota mentale; cioè di quello che era tornato ad essere il povero Aristide Cartòn subito dopo avere provveduto a pagare la parcella.

 

 

“Ecco  cos’era!” pensò fra sè e sè Aristide Cartòn scendendo in fretta le scale del palazzo.

“Via Rettale, non via Anale!  Avevo capito male io! E’ via Rettale!” e ritornò, tutto trionfante a portare alla  sempre più incavolata moglie la lieta novella.

“Bravo asino!” non trovò di meglio da dire la moglie “Adesso siamo al punto di prima!”

“Per via?”

“Per via che neanche questa via Rettale lo sappiamo dove si trova, qui a Bologna! Lo sai tu dov’è via Rettale?”

“Io no! Sono della campagna io, non posso mica sapere tutto! Ma il Vigile, quello di prima, lui di sicuro che lo sa, dov’è via Rettale.”

Questa volta, dal Vigile, ci andarono tenendosi per mano, la bicicletta la teneva lui , per il manubrio, la ricetta la brandiva come un’arma lei, nella sinistra: in complesso, a guardarli facevano pena tutti e due.

“Via Rettale? Mai sentita nominare! Non c’è!”

Anche il  vigile,  abbandonato ogni atteggiamento di sospetto,  e convinto com’era di trovarsi di fronte a due elementi da Circo equestre, se non peggio, si mosse a pietà, e non scoppiò nemmeno a ridere.

“La prego, Signora Guardia, guardi bene!” disse Cartòn, giunto al massimo dell’imbarazzo e della disperazione mentre il Vigile consultava, paziente, lo stradario della città, girando in fretta le pagine fino a giungere alla lettera “R”.

“Guardi bene, deve esserci per forza…. Via Rettale!”

“Dunque, vediamo…  Via Redipuglia, Via Regina Margherita, Via Rembrandt…”

Man mano che il Vigile scorreva i nomi delle vie, sul volto del povero Cartòn si dipingeva un’espressione sempre più cupa, conscio com’era di un fatto, senz’altro sicuro come la morte: che la moglie non gli avrebbe perdonato un altro errore, un altro malinteso.

“… Via Renana, Via Renazzo, ….. Via Rettondini, Via Risorgimento… no, Via Rettale non c’è!”

“Ma come?!” disse Aristide con un filo di voce.

“Come l’asino che sei! Testone che non se ne trova un altro! Zotico ignorante, ti sei sbagliato ancora,  chissà cosa ti ha detto il Professore, e tu chissà cos’hai capito, che te lo dico sempre che non ascolti mai, e….

 “Io lo sapevo che oggi andava a finire male!” pensò fra sé Aristide Cartòn “ Sei Marzo: proprio la mia data!”

 E senza dire una parola portò i suoi cinquantotto anni, la sua disperazione e le sue parti anatomiche sofferenti il più lontano possibile dalla furia umana che era diventata , udita la sentenza inappellabile del Vigile, la sua Signora.

La quale Signora interpretò l’allontanarsi del marito come gesto di obbedienza pronta, cieca ed assoluta a un suo ordine implicito, quello di andare ancora una volta dall’Adami a chiedere lumi.

“E non tornare se non ti sei  fatto spiegare una volta per tutte com’è che la devi prendere questa stramaledetta cura, se no lo vedi quello che ti faccio passare, con tutto il danaro che ci è costata la visita, e…”

Ci andò ancora dal Proctologo  il povero Cartòn, ormai distrutto nel fisico e nel morale.

Salì uno ad uno i gradini che portavano allo studio dell’Illustre sentendosi dentro l’anima un peso paragonabile solo a quello che avvertiva in fondo alla schiena e, giunto che fu al terzo piano,  si avvicinò alla famosa porta e, volente o nolente,  bussò.

“Ancora lei!! Ma cos’è che vuole, ancora?! Le avevo detto di non disturbarmi più!!”

Quando scese di nuovo in strada, alla vista della moglie che lo attendeva per via, Aristide Cartòn sentì stringersi più forte tutti e due i nodi che si portava dentro, quello in gola e anche quell’altro, più in basso, e abbassò gli occhi, incapace come si sentiva di affrontare anche solo lo sguardo di lei.

Sguardo che, peraltro, non prometteva nulla di buono.

“E allora, te lo ha spiegato finalmente come le devi prendere queste medicine?”

“No”, ebbe appena il fiato di dire lui, che era l’immagine stessa della sconfitta.

“ No? Come no? E ‘per via’?”

“Per via che si è incazzato, e neanche poco, il tuo Professore! E giustamente, anche, dopo tre volte che lo sono andato a disturbare!”

“Ma cosa ti ha detto?”

Le parole,  le parole esatte stavolta le ricordava, ma gli bruciavano tanto (e a bruciore si sommava così altro bruciore), gli scottavano tanto che non aveva l’animo di ripeterle.

“Cosa ti ha detto, dunque? Avanti, stavolta voglio le parole esatte!”

“Ebbene, se proprio lo vuoi sapere… mi ha detto…”

E qui  Aristide Cartòn scoppiò in singhiozzi, mettendosi a piangere come un bambino, come non aveva fatto più da quella volta che la vacca aveva perso il vitellino.

“Mi ha detto…. Si è incazzato, ecco; si è incazzato molto!”

“Le parole, asino!”

“Mi ha detto … :‘insomma basta! Non glielo ripeto più! Le medicine se le infili nel buco del culo!’  Ecco cosa  mi ha detto!”

Detto ciò, rimase muto.

E, quel che più si stenta a credere, rimase muta anche lei, la moglie bisbetica.

A testa bassa tutti e due, ripresero la bicicletta per il manubrio, ognuno da una parte, e si avviarono a piedi verso il Borgo e verso casa.

A piedi, ‘per via’ che lui, messo com’era, non se la sentiva affatto nemmeno di salire in sella, figuriamoci poi di pedalare.

Mentre la moglie pensava ai molti danari così poco utilmente spesi, anzi, buttati via, lui prendeva dolorosamente coscienza del fatto che era destinato a tenersi, forse per sempre, tutte e due le disgrazie, quella vecchia di trent’anni e quella degli ultimi tredici, anzi, ormai quattordici, dolenti giorni.

Sì perché, alla fin fine, non sapendo come prendere le medicine, la cura non l’avrebbe potuta fare, e liberarsi della moglie corrispondeva, anche solo nel pensiero, a una splendida utopia.

Ancora oggi,  a chiunque gli domandi “come va?”  risponde “Mi brucia molto”

 Poi, triste, se ne va via, a  gambe larghe e a testa bassa, senza nemmeno tentare di spiegare, a chi le volesse conoscere, le ragioni del ‘percome’ e del ‘per via’.