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            Qualcosa, dopo

 

Alle carte, era un vero campione.

Non Dimo, Nemo.

Dimo a carte non era affatto bravo, tutt’altro.

A scopone era  una vera schiappa, dimenticava una carta su tre, sbagliava spesso a sparigliare e non assecondava mai il compagno nel calare ori e figure.

Insomma, era un autentico disastro, e non solo per colpa dell’età.

 

Oltre che vecchio, e perciò stesso smemorato il giusto e molto spesso disattento,  Dimo era, per indole, un perdente nato, uno di quei tipi eternamente sconfitti che proprio per il timore di sbagliare sbagliano,  nel dubbio di confondersi si confondono e per paura di perdere, perdono.

Non così Nemo.

Benché vecchio (anche lui vecchio, e a volere fare i conti certamente più vecchio di Dimo. Anche se ormai, quando si arriva a una erta età,  anno più, anno meno…), benché vecchio, era Nemo che aveva, rispetto al compagno, intuito più pronto, più memoria nel giocare alle carte e più voglia di vivere, per quanto ancora gliene fosse concesso, il suo tempo.

E poi era ottimista Nemo, ottimista ed allegro, quasi sempre sereno e spensierato, capace di vedere il bicchiere mezzo pieno ed anche, con una occhiata assassina, il settebello in mano all’avversario.

Forse era proprio per questa sua natura che alle carte, così come nella faticosa scalata all’erta della vita, era solito vincere.

Dimo e Nemo erano amici come solo due vecchi sanno essere,  e i tanti anni  trascorsi in compagnia li avevano plasmati, facendoli diventare insieme quello che erano diventati: individualisti ed uniti.

Vita ne avevano vissuta tanta, insieme, e una gran parte di questa l’avevano condivisa così profondamente e così in intimità, da far fatica a distinguere, nel ricordare, quali erano i fatti “propri” accaduti all’uno piuttosto che all’altro.

Gambe rotte e amori delusi, donne partite per sempre e figli emigrati o mai avuti, tradimenti patiti ed agiti, illusioni, delusioni e paure, tutto era perso nella nebbia che il passare dei lustri fa cadere sui ricordi,  senza che nemmeno loro sapessero bene a chi dei due appartenessero.

O fossero appartenuti.

Dimo e Nemo,  continuamente impegnati in un unico battibecco senza fine, fra loro, in fondo si volevano bene; e avevano ragione a volersene, perché, dopo tutto, erano rimasti solo loro due a farsi compagnia.

 

Avevano sempre fatto di tutto per evitare di finire seduti sulla panchina della stazione  cercando con ogni mezzo di non cedere alla tentazione di omologarsi anche loro al cliché dei due vecchi che passano le giornate a guardare passare i treni.

Ma quella Domenica avevano ceduto, e si erano ritrovati  proprio lì, il bastone tra le mani uno, il giornale spiegato sulle ginocchia l’altro, a chiacchierare fra loro e a godersi il primo tiepido sole di una Primavera molto, molto in ritardo.

Il diretto delle dieci e un quarto si era appena incamminato sul binario uno quando Dimo si decise a rompere il silenzio che era caduto fra loro.

“Tu dici che ci sia qualcosa, dopo?”

“Dopo cosa? Dopo la Messa delle undici o dopo la partita in TV?”

“Non dire scemenze!” sbottò Dimo, come sempre irritato dal modo di fare scanzonato e un po’ beffardo di Nemo. “Qualcosa dopo la Vita, voglio dire!”

“Mah!” disse Nemo “Non saprei… intendi dopo la mia o dopo la tua?”

“Che discorsi, la mia o la tua! Qualcosa dopo la Vita, quella con la V maiuscola! Ma possibile che devi sempre buttare tutto in ridere, tu?”

A Nemo piaceva ridere, e piaceva molto anche scherzare.

Soprattutto gli piaceva prendersi burla di Dimo le volte che lui ( e non erano davvero poche volte) attaccava con uno dei suoi discorsi improntati a un irrimediabile pessimismo cosmico. Per non dire di quando cominciava a parlare di morte, argomento che lo riconosceva grande maestro.

“Tu non te lo domandi mai cosa c’è alla fine della vita?”

“Io, cosa c’è alla fine della vita lo so già.” disse Nemo con un sospiro, dopo avere riflettuto un poco. “Se te lo dico, ti incazzi?”

“No, certo che no!” rispose Dimo, ansioso di sapere.

“La lettera A!”

“Cosa?”

“Alla fine della vita, che io sappia per certo, c’è la lettera A: per il resto, non saprei!”

“Avevi detto che la smettevi di prendermi in giro, vecchio buffone!”

“E tu avevi detto che non ti incazzavi, vecchio brontolone!”

 

Andava quasi sempre a finire così, che Nemo ridacchiava e Dimo si arrabbiava, Nemo a vedere Dimo arrabbiato rideva ancora di più e Dimo a vederlo ridere della sua arrabbiatura si offendeva, Nemo lo prendeva elegantemente in giro per il fatto di essersi offeso e così via, in una spirale che sembrava non dovere avere mai fine, e che cessava di arrotolarsi su se stessa solo davanti ad un mazzo di carte e mezzo litro di quello buono.

 

“Dài, Nemo, almeno per una volta cerca di essere serio” ritornò alla carica Dimo un giorno che era assorto in pensieri profondi.

Era l’imbrunire e fra poco avrebbero lasciato anche loro la stazione, assieme all’ultimo treno della giornata,  un regionale di pendolari che faceva tutte le fermate.

 “Secondo te ci sarà qualcosa dopo questa nostra vita terrena? Voglio dire, qualcosa come il Paradiso o l’Inferno, o comunque sia un altro tipo di Mondo, un’altra dimensione dell’esistenza… insomma, un’altra vita.”

Per una volta tanto Nemo non la buttò in ridere, come era solito fare.

“Mah” rispose, cercando di rimanere serio il più possibile, “davvero non saprei. Magari, dovresti chiederlo a Don Crispino…”

Don Crispino era il vecchio (sì, vecchio anche lui) Parroco del paese, non anziano quanto loro ma abbastanza sclerotico da ripetere sempre le stesse cose, e da fare delle sue omelie domenicali una interminabile e ossessionante premonizione sul destino dei suoi parrocchiani.

Nelle prediche di Don Crispino non c’era spazio per il dubbio: in osservanza a un rigido manicheismo esistevano solo Paradiso per i meritevoli e Inferno per i reprobi; e a valutare meriti e colpe con il suo personalissimo metro di giudizio, i secondi erano in numero decisamente preponderante rispetto ai primi.

“Don Crispino!” rispose secco Dimo che, evidentemente, non stravedeva per il vecchio Pastore di anime alle cure del quale era stata affidata anche la sua  personale, angosciata e dubbiosa.

“ Oremus!! Seculorum!! Quello è buono solo a lanciare anatemi e a spaventare la gente!”

In effetti Don Crispino non faceva nulla per risultare simpatico ai suoi parrocchiani, incline com’era a suscitare in ognuno angosce e paure, e a fare del “senso di colpa” lo strumento base della sua pastorale.

“E gli puzza anche il fiato!” aggiunse Nemo maligno, per una volta tanto in completo accordo col vecchio amico.

“Fiato o non fiato, a me non è il pensiero di finire all’Inferno che fa paura. Inferno o Paradiso, lo deciderà il Padreterno, se c’è, quale dovrà essere la mia destinazione. E’ un altro il pensiero che mi angoscia… vuoi che te lo dica, Nemo?”

“Anche se ti rispondo di no, me lo dici lo stesso…”

“E non fare il sarcastico!” sbottò Dimo, per nulla intenzionato a cedere “Inferno o Paradiso, per me fa lo stesso, te l’ho già detto…”

“Sì, me l’hai già detto, e non una volta sola…”
“Non interrompermi, vecchio sclerotico!  Quello che mi spaventa davvero è pensare che non ci sia niente, dopo.”

“Cioè hai paura di niente…”

“Non capisci, come al solito… io penso: e se non c’è un aldilà? Se dopo che sono morto è tutto finito e non c’è niente di niente?”

“E se non muori?”

Faceva così, Nemo: aspettava che il momento fosse quello giusto e poi, preciso e tagliente, lanciava la sua frecciata.

“Non dire scemenze! Se non muoio! E’ chiaro che muoio! Ma guarda che non muoio solo io, muori anche tu, cosa credi?” esplose, furibondo, Dimo.

E, intanto che esplodeva, lo colse come una illuminazione, gli sovvenne un pensiero talmente folle, ma talmente bello, che non sapeva se riderne lui stesso o rimanervici aggrappato stretto stretto.

“Mi è venuta una idea, Nemo!” disse all’amico ripiegando in fretta il giornale e infilandoselo in una tasca della giubba mentre guardava il treno allontanarsi, nella semioscurità.  “Ti faccio una proposta: quando verrà il momento, sì insomma… chiunque sia di noi due a… partire per primo, ci impegniamo fin d’ora, reciprocamente, di apparirci in sogno, io a te o tu a me, e a raccontare a quello che è… rimasto, che cosa c’è di là!

E’ una idea troppo bella, Nemo” continuò Dimo  in preda a un nuovo e mai provato  entusiasmo “non puoi dirmi di no!  Se me ne vado prima io, vengo da te a dirti cosa c’è dopo, e se invece te ne vai per primo tu, vieni tu da me!”

“E se non ce ne andiamo?”

 

Se ne andò per primo Nemo.

Dopo tanto, tantissimo tempo, quando fu giunto il suo tempo, Nemo se ne andò in silenzio una notte che nessuno se lo aspettava, e lui meno di tutti, perché di tutto aveva fatto, nella sua vita, meno che aspettare quella notte.

Qualcuno lassù, o in qualche altro posto, chi lo sa, come premio per tutta una vita spesa ad amare la vita, gli aveva fatto dono di un “passaggio” sereno, privo di angoscia e di dolore.

Semplicemente, il vecchio Nemo si era addormentato una sera e il mattino dopo, al risveglio, non c’era più.

Dimo presenziò al rito di addio chiuso in un dolore muto, composto e dignitoso, e salutò per l’ultima volta l’unico vero amico che gli era rimasto quasi senza versare una lacrima.

Dopo, subito dopo, tornò a casa e si mise immediatamente a letto.

Quello che desiderava, ora, l’unica cosa che voleva veramente era mettersi a dormire e , casomai, sognare.

Passarono i giorni e coni giorni le notti.

Dimo dormiva, dormiva e sognava, e in ogni sogno si aspettava di incontrare Nemo.

Sognava sogni strani, popolati di uomini donne e animali, sognava tempeste, incendi e terremoti, luoghi indescrivibili e paesi remoti.

Sognava, a volte, persino di volare ma, per quanto sognasse ed aspettasse, non gli veniva mai, in sogno, l’amico Nemo.

“Va a finire che è proprio come avevo sempre temuto” cominciava a pensare sempre più spesso Dimo “va a finire che è come ho sempre detto io. Altroché Inferno o Paradiso: “dopo” non c’è niente! E’ questa la vera fregatura, caro il mio Don Crispino, tu e il tuo peccatoribus: niente non c’è, né Inferno né Paradiso, niente di niente! Se ci fosse qualcosa,  Nemo adesso lo starebbe vivendo, e, dato che me lo ha promesso, sarebbe già venuto a dirmi cosa!”

Questo rimuginava sempre Dimo, e questo confabulava parlando sempre più spesso, e sempre più a lungo, con sé stesso.

Si era fatto anche solitario, col tempo, e scontroso più del solito, tanto che tutti al paese, Don Crispino compreso, dicevano a voce bassa, per non farsi sentire,  che “da quando se ne è andato Nemo, Dimo non è più lo stesso!”

Da solo, come era rimasto, non andava nemmeno più in stazione a vedere passare i treni, la Domenica, ma faceva lunghe passeggiate nel parco, immerso nei suoi pensieri.

Questo per lunghi giorni e settimane, e mesi.

Poi, quando più nemmeno lui se lo aspettava, una notte all’improvviso accadde.

Dimo dormiva un sonno senza sogni (come se si fosse stancato persino di sognare, ormai) quando, d’un tratto, una voce lo chiamò.

“Dimo!”

Solo questo disse la voce, nel sonno. Solo il nome:  “Dimo!”

Ma non aveva bisogno di dire di più, per farsi riconoscere: incredibile ma vero, ormai insperata dopo tanto tempo, quella era la voce di Nemo!

“Nemo! Sei tu!” sentì sé stesso dire in pieno sonno Dimo “Sei tu e mi parli! Ma allora… allora vuol dire che qualcosa, dopo,  c’è! Presto Nemo, presto prima che finisca il sogno, dimmi che cosa c’è lì dove sei tu ora, dimmi che cosa vedi!”

“Vedo cieli azzurri meravigliosi e infiniti” disse la voce di Nemo, più chiara e distinta che mai “Vedo cieli immensi, di una limpidezza indescrivibile, appena solcati da nuvole bianche e leggere, e mi sfiora una brezza odorosa di mare.”

“E poi, oltre al cielo azzurro, e al mare, cos’altro c’è lì dove sei tu?” lo incalzò Dimo, ansioso di sapere.

“Sterminati  prati verdi, punteggiati di fiori, e farfalle di mille colori; e voli di uccelli dall’alba al tramonto e animali che pascolano liberi; e poi ruscelli e torrenti e cascate di acqua limpida e cristallina, laghi quieti ed alberi frondosi; e orizzonti lontani di altissime cime innevate; ed un senso infinito di pace.”

“Ma, Nemo” era come se dicesse Dimo nel sonno “Nemo carissimo, tutto questo è meraviglioso! Ma allora, allora tu sei… in Paradiso!”

“No” gli rispose la voce “non sono in Paradiso”.

“Come, non sei in Paradiso?!  Ma allora, dove sei?” domandò Dimo, al colmo della sorpresa e della curiosità.

“Sono in Nuova Zelanda!” gli rispose la voce.

“E cosa ci fai in Nuova Zelanda?” ebbe appena il coraggio di domandare Dimo, esterrefatto.

“Cosa ci faccio qui, in Nuova Zelanda? E’ presto detto!” disse la voce.

“Il coniglio!”

 

Questo disse quella notte, nel sonno, la voce di Nemo al vecchio amico Dimo, né più né meno che queste precise parole: “Il coniglio”.

Poi, all’improvviso tacque.

E non si fece sentire mai più.