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CIAO, G 

Rospo

 

C’era, in un bosco di faggi e di salici piangenti, una radura di verde trifoglio, e nella radura un bellissimo laghetto di ninfee, e nel lago… una Rospa.

Il bosco era fitto ed ombroso, abitato da innumerevoli piccoli animali che avevano fatto dei tronchi degli alberi, delle nicchie fra le radici, delle piccole caverne scavate nelle gobbe del terreno, le loro case.

La vita nel bosco correva tranquilla, ogni giorno uguale a se stessa, regolata dal sorgere e calare del sole, dal soffiare del vento, dal cadere della pioggia, secondo l’invariabile ritmo delle stagioni.

 I salici piangenti riflettevano la loro verde chioma nel limpido specchio d’acqua del lago mentre gli uccellini riempivano il cielo dei loro voli, gli scoiattoli balzavano leggeri tra i rami e le marmotte si rincorrevano, timide e curiose, dentro e fuori dalle loro tane.

Era Primavera, l’aria era tiepida ed il cielo sereno, e tutti, animali e piante, conducevano la loro esistenza sereni e felici.

 

Proprio tutti, no.

La Rospa, lei non era serena, e nemmeno felice.

Acquattata su una ninfea  nei pressi del bordo del laghetto, nell’aria tiepida e sotto il sole luminoso di un’altra bella mattina di Maggio, la Rospa si sentiva triste. E sola.

 

Non la rallegravano i voli degli uccellini, lo stormire delle fronde, il sole tiepido e la carezza dolce della brezza mattutina. In quell’angolo di Paradiso, nonostante avesse intorno a sé tutte le bellezze del Creato e della Natura, la Rospa soffriva di una profonda, insanabile malinconia.

Quasi insensibile ai richiami e alle lusinghe degli altri animali, se ne stava sola, silenziosa ed isolata, tutto il giorno ferma sulla  sua foglia di ninfea, finchè non tramontava il sole.

E al tramonto, quando il giorno finiva ed ogni essere vivente tirava le somme di ciò che aveva avuto in dono da quel piccolo frammento di esistenza che era stata la sua giornata, proprio in quel momento la Rospa pativa il massimo della sua sofferenza e nei suoi occhi, chi l’avesse osservata da vicino, avrebbe visto brillare, fuggevole, una lacrima.

Il fatto è che la Rospa, accoccolata sulla sua foglia di ninfea, viveva giornate vuote e senza senso, inutili e piatte: nella stagione che fa sciogliere la neve sui monti ed il cuore in petto ai viventi, nel mese che incendia di colori nuovi i campi di fiori e di nuovissimi sentimenti gli sguardi degli esseri animati, nel pieno dei profumi che il tepore di Maggio spargeva sul Mondo lei, lei sola, non aveva un amore.

E, al tramonto del sole, piangeva.

 

Un bel giorno, un mattino (o un pomeriggio, un verso sera, non si sa: si perde sempre un po’ la cognizione del tempo quando accadono certe cose), comunque un bellissimo giorno, si avvicinò alla foglia di ninfea dove la Rospa attendeva il tramonto per potere lasciarsi andare a piangere un po’, un giovane Rospo.

Sarebbe da dire “un bel Rospo”, se non fosse che la Natura, per sua scelta, ha eletto proprio questi animali (peraltro molto utili alla vita degli orti, dicono) come rappresentanti, per antonomasia, della bruttezza.

Comunque fosse, era un Rospo, e giovane anche, così che alla Rospa apparve subito chiaro che non le sarebbe convenuto fare troppo la schizzinosa, e questo per due buonissimi motivi: primo perché lei era da innumerevoli giorni triste e sola, secondo perché il Rospo si dimostrava  a lei molto interessato, nonostante nemmeno lei potesse dirsi, in quanto Rospa, una bellezza.

Furono sguardi, fra di loro, e poi furono sorrisi, per gran parte del giorno: lei timida e ritrosa, lui sempre più audace e ardimentoso, vissero le ore che li separavano dal tramonto in un’altalena di approcci e ritirate, di profferte e fughe.

Fino a che, sul far della sera lui ebbe l’ardimento, e l’ardore, di dirle le magiche parole:

“Ti amo! Ti prego, amami anche tu!”

Udita che ebbe la dichiarazione d’amore del Rospo, la Rospa fu colta da un tremito, e nei suoi occhi brillò una lacrima.

“Non posso amarti” disse in un singhiozzo la Rospa, proprio mentre il sole tramontava.

“Lo vorrei, lo vorrei non sai quanto. Ma non posso e non potrò farlo mai!”

“Perché no? Dimmelo!” quasi urlò il Rospo, tanto era innamorato, tanto era disperato.

“Forse che non sono degno del tuo amore? Sono forse troppo brutto, per te?”

Negli occhi della Rospa si accese un luminoso, dolcissimo sorriso.

“No, mio caro Rospetto, non è per questo. Molto, molto più grave motivo e più insuperabile ostacolo mi impediscono di amarti, e di farmi amare da te. Il fatto è che…”

La Rospa, presa dalla commozione, esitò prima di terminare la frase; il Rospo rimase lì muto, immobile, come in attesa di una sentenza senza appello.

“Il fatto è che, anche se non ci crederai… Insomma, io non posso amarti perché io non sono una Rospa!”

Al Rospo parve di cadere dalle nuvole, e insieme gli sembrò che anche le nuvole, con tutto il cielo, fossero cadute su di lui.

“Non sei una Rospa?” riuscì appena a balbettare “Ma allora, chi sei?”

 

La Rospa approfittò per versare ancora qualche lacrima, visto che il sole non aveva ancora finito del tutto di tramontare, e incendiava di bagliori rossocupo lo specchio d’acqua del laghetto e ,insieme, il cielo all’orizzonte.

Piangendo, continuò a raccontare.

“Tu ora mi vedi così, imprigionata nelle orrende forme di una Rospa. Ma devi sapere che io, in realtà, sono una donna, e una donna bella anche, bella da non dire: alta e magra con gli occhi azzurri e lunghi capelli biondi, la pelle di seta , labbra carnose e denti d’avorio.

Bella che un’altra non c’è più bella, bella più di una Fata, più di una modella. Bella come…”

“Come una Velina!” disse il Rospo, che faceva fatica a spiccicare parola, tanto era sorpreso.

“No, bella come una Principessa! E questa, in realtà io sono, una Principessa di Stirpe Reale, con tanto di Regno, Corona e Scettro.”

“Come nelle Fiabe” riuscì appena a sospirare il Rospo. “Ma come è possibile… cosa è accaduto… come…?”

“Come ho fatto a diventare così, una Rospa?  E’ presto detto.

Una Strega cattiva, gelosa della mia bellezza, mi ha colpita con un sortilegio, tramutando la mia grazia in bruttezza, e condannandomi alle sembianze esterne dell’essere vivente più brutto (con tutto il rispetto per te, s’intende) che esista sulla Terra.

Però…”

E qui la Rospa-Principessa fece un'altra pausa, una sospensione della frase che accese nuove speranze nell’animo, sconvolto di sorpresa, del Rospo innamorato.

“Però…?”

“Però c’è un modo per sciogliere l’incantesimo!” disse la Rospa. “Se un giorno incontrerò un Principe e questi, nonostante il mio aspetto orrendo, si innamorerà di me di sincero amore, e mi bacerà sulla bocca, in quel preciso istante, come per incanto, ritornerò ad essere la Principessa che ero, in tutta la mia sfolgorante bellezza!

Ed ora che sai tutto di me, capisci perché non puoi amarmi?”

 

Udito che ebbe l’incredibile racconto, il Rospo rimase per qualche istante muto.

Poi, allargando ancor più la bocca in un sorriso, con fare esultante disse alla Rospa:

“Ebbene, ora che mi ha detto tutto, ora tocca a te essere sorpresa e, forse, ammutolire!

Ma ammutolire di felicità, perché sappi, mia cara ex Rospa, mia  fra poco nuovamente bellissima Principessa, sappi che nemmeno io sono , in verità, un Rospo!

Io, in realtà, sono…”

“Un Principe?” quasi gridò la Rospa al colmo della sorpresa e della commozione.

Aveva sentito più volte parlare, al tempo di quand’era Principessa, favoleggiare quasi di un Principe bellissimo, giovane e ardimentoso che viveva in quelle lande, ed ora le parole del Rospo avevano gettato uno spiraglio di luce nel buio della sua dolorosa esistenza di Rospa.

Forse era proprio lui, il Principe del Lago!

 

“No, purtroppo no.” Rispose il  Rospo abbassando gli occhi. “Purtroppo non sono un Principe.”

“E allora, chi sei?” domandò ansiosa la Rospa, che non stava letteralmente più nella pelle, o almeno sperava di non doverci stare più ancora per molto.

“Sono un Operaio Metalmeccanico”

 

“Un Operaio Metalmeccanico?!?”  esclamò, incredula, la Rospa che vedeva svanire, proprio sul più bello, il suo sogno di ritornare ad essere Principessa.

“E come hai fatto a diventare Rospo? Qualcuno ti ha forse fatto un sortilegio?”

“Questo non lo so” disse il Rospo, umiliato ed afflitto.

“ Davvero non lo so. Io, ho solo presentato domanda di prepensionamento. Poi, hanno pensato a tutto i Sindacati!”

 

E , detto ciò, provò anche lui a piangere, visto e considerato che aveva tutte le sacrosante ragioni per farlo.

Guardò la Luna che saliva lenta in cielo a spargere  riflessi d’argento sulle acque tranquille del lago, nel silenzio della notte e di ogni animale, ma non gli riuscì di versare nemmeno una lacrima, perché quelle, le lacrime, non sono prerogativa dei Rospi bensì, come tutti ben sanno, dei Coccodrilli.

 

E ormai era troppo tardi per rimediare: se voleva diventare Coccodrillo,  anziché Rospo, avrebbe dovuto pensarci prima.