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Sgrupada

Mio Padre è morto nel ’78.

Saranno vent’anni esatti fra tredici giorni, il Ventisei di Aprile.

Questa corsa paesana si tiene tutti gli anni il Lunedì di Pasqua, che quest’anno cade il giorno Tredici, quindi saranno vent’anni esatti fra meno di due settimane.

E’ una edizione molto affollata, c’è un sacco di concorrenti al via.

Mi sa che siamo più di duecento.

 E’ una bella giornata di sole, non c’è vento.

E’ anche festa, e ci sono moltissime persone ad affollarsi ai lati della strada, almeno alla partenza.

Tredici Aprile, Lunedì di Pasqua.

Siamo più di duecento a prendere il via, fa un po’ fresco per essere a primavera inoltrata ma almeno non piove.

Pronti…via!

Partiti!

Io mi trovo un po’ indietro, intruppato nel folto del gruppo, e così accade come quando si è fatta fila al semaforo, che quando viene il verde i primi partono e tu, laggiù in fondo, resti ancora fermo, e per un bel po’ di tempo anche, fino a che, paradossalmente viene il tuo turno di muoverti proprio quando il semaforo scatta di nuovo sul rosso.

Ancora fermo nel folto del groppone armeggio sul cronometro da polso e faccio partire,  prima ancora delle gambe, il tempo.

 Il tempo.

La gara non è lunga, e il percorso non è durissimo: dovrei farcela a chiudere in meno di cinquantacinque minuti.

Cinquantasette, al massimo.

Mio Padre era del 1930, avrebbe compiuto quarantotto anni in Agosto.

Il Cancro è così: tu sei lì che vivi la tua vita nell’unico modo in cui sei capace di viverla, cioè con Amore (Amore per tutto: per le persone, per la Natura, per il tuo lavoro, Amore da fare con la tua donna, da insegnare ai tuoi figli, da cercare sempre e dovunque, senza stancarti mai; Amore per la Vita, di cui colorare ogni singola giornata della tua esistenza), tu stai facendo questo, e poco altro di diverso, da  appena una quarantina d’anni, e all’improvviso Lui arriva, e ti si porta via.

La prima curva è secca, a gomito, un incrocio di strade ancora nel centro cittadino con una aiuola messa lì a mo’ di  spartitraffico.

Rallentiamo tutti, e il gruppo si serra sotto, un ammasso di gomiti e gambe, un groviglio ordinato di appoggi di braccia e leggeri spintoni.

Qui va a finire che uno si tira dietro tutti gli altri, se cade all’improvviso.

 All’improvviso, magari, no.

Ci sono sempre dei segni, cambiamenti sottili dei quali subito non ci si rende conto, e ai quali si fa caso soltanto dopo,  risalendo la china del tempo col ricordo.

A cose fatte.

Mia Madre, a cose ormai quasi fatte, ricordava di avere avuto il sentore di qualcosa di diverso in lui, come un sottile cambiamento nel carattere, un leggerissimo virare verso modi dell’essere che non erano i suoi: nervosismo, irritabilità, egoismo.

Impazienza, intolleranza.

Durezza.

Sensazioni.

 Quando li intervistano, a fine gara, i maratoneti usano spesso questo termine: “sensazioni”.

Più di come sentivano girare le gambe, o del ritmo del respiro, o delle condizioni dei muscoli parlano delle  “sensazioni” che hanno avuto in corsa.

“Ai dieci chilometri avevo delle buone sensazioni”.

“Già dalla partenza non avvertivo le sensazioni giuste”.

 Davvero, negli ultimi tempi, mio padre era cambiato.

D’altra parte, si fa presto a dire: “sei cambiato”.

Un cane, quando recupera un tozzo di pane, o un osso, fa una buca nel terreno e ce lo ficca dentro: è la garanzia della sopravvivenza quando, un domani, arrivasse al punto di vederla messa in discussione dal pericolo di morire di fame.

Dentro la buca, con l’osso, mette al sicuro un po’ della sua vita.

Noi umani siamo abituati a custodire le nostre proprietà, denaro e preziosi, in solide casseforti, la nostra persona e i nostri averi dentro una casa, le nostre Città all’interno di mura fortificate, le nostre Nazioni dentro alleanze politiche e militari: in ogni modo sia, mettendo comunque e sempre tutto “dentro”.

“Dentro” è riparato, è al sicuro, facile da raggiungere ed utilizzare, difficile da portar via:  “dentro” è sotto controllo, “dentro” è intimamente nostro.

“Dentro” siamo “noi”.

Il Cancro, questo fa: ti porta via da dentro.

E per farlo non ha bisogno di superare ostacoli, di violare le tue difese: lui ti è già dentro, nasce lì, dentro di te, e da lì parte per rubarti.

Non scavalca il muro di cinta che circonda la tua proprietà, non forza la porta che chiude la tua casa e non deve scassinare la cassaforte che contiene i tuoi preziosi.

Il Cancro non ha bisogno di rubare a te: ruba direttamente “te”.

Tu monti la guardia, attento ai nemici di fuori e intanto, a tua insaputa, nutri del tuo stesso sangue un nemico che ti sta già dentro, che cresce di te, della tua stessa vita.

Ci credo che si cambia carattere, con quella cosa dentro: milioni di molecole che non ti obbediscono più, che crescono per conto loro, si moltiplicano silenziose, che allo stesso tempo ti uccidono eppure continuano a  fare parte di te, molecole pazze, cancerose.

Voraci, affamate di te, si sviluppano a spese delle tue energie, della tua forza, della tua vitalità; è ovvio che, piano piano, ti costringono a diventare qualcun altro: con quella cosa dentro, è come avere, per nemico, una parte di te stesso.

E  davvero non c’è bisogno di molto di più, per diventare irritabili e nervosi.

 In fondo alla strada tutto il gruppo svolta ancora a destra, un’altra curva secca.

Quasi ci appoggiamo gli uni sugli altri, per non inciampare.

Siamo ancora tutti fitti, non abbiamo fatto nemmeno quattrocento metri.

 Questa corsa si tiene  da quasi trent’anni, ormai.

Quanti siano, esattamente non lo so; credo ventisei, o ventisette.

La foto che ho io, quella dove c’è Lui, é del ’71; magari era proprio quella prima edizione, e  quindi, con questa fanno ventisette, se non sbaglio a fare i calcoli a mente.

Quando corro la Sgrupada non porto con me altro che il cronometro.

Non mi sono mai piaciute tutte quelle diavolerie moderne, il cardiofrequenzimetro, il pulsometro contapassi, roba che andando avanti così per fare una mezza maratona bisognerà avere più strumentazione che su una navicella spaziale.

Io ne faccio volentieri a meno.

Corro, e do solo un’occhiata ogni tanto al cronometro da polso.

Quando mi accorgo che faccio fatica a fare un calcolo a mente, vuol dire che sto andando in debito di ossigeno, e allora rallento un po’, per recuperare.

  Nella foto, Lui ha il numero 21.

E’ il primo a sinistra: con quell’espressione un po’  buffa sul viso,  è chiaro che sapeva che c’era il fotografo e non ha saputo rinunciare a un po’ di palcoscenico.

 Indossa i pantaloni di tutti i giorni arrotolati sui polpacci e le scarpe da passeggio leggere, con la suola di cuoio: non sembra proprio sia capitato lì per correre.

Magari , qualcos’altro.

Se era il ’71, allora il Lunedì di Pasqua aveva quarant’anni: proprio quelli che compio io quest’anno, che corro la mia prima Sgrupada.

 Se c’è un Destino, è di pochi anni, ancora, e non sarà una grande perdita.

 Gambe forti, mi sento, e respiro leggero: è vero che ho fatto solo i primi quattrocento metri, che la corsa è ancora lunga e che probabilmente non sono affatto preparato per affrontare la distanza.

Ma io lo so che, se voglio, ci riesco.

“Porterò queste scarpe oltre la riga bianca, ed il cuore al di là della siepe di rovi, costi sangue, fatica e sudore”.

La mia strada è segnata.

Vincerò la mia gara, col tempo.

D’altra parte, io sono fatto così: comincio adesso, subito; qualsiasi cosa sia da fare, non posso rimandare, non ho tempo.

Dovessi pure metterci una vita, trattasi di cosa urgente.

E poi, mi sento bene.

 Ricordo che lui si è sentito male per la prima volta in Novembre.

Era il giorno della mia prima lezione all’Università.

Tornando a casa lo ho trovato a letto, c’era già il medico che lo visitava, il nostro vecchio Dottore di famiglia, un uomo buonissimo, ricordo.

Pareva fosse ulcera.

L’intervento chirurgico durò venti minuti soltanto: “aperto e chiuso”, hanno detto,  giusto il tempo di  rendersi conto, “de visu”, dell’irreparabile.

Il giorno dell’operazione, salendo in Chirurgia, incontrai il vecchio Dottore che scendeva le scale, dopo aver parlato col Chirurgo.

Piangeva.

Ne capivo molto poco di queste cose, ma non ho avuto bisogno di chiedere altre spiegazioni.

Sapevo.

 Non si vede ancora il cartello del primo chilometro.

Siamo ancora tutti in gruppo, la selezione ci sarà più avanti.

Siamo solo alle prime battute, è ancora lunga,: se abbiamo percorso ottocento metri, siamo  esattamente a un dodicesimo di gara.

Si sta alzando un po’ di vento, e andando avanti sarà durissima.

 Così è stata: durissima.

Per  quelle che erano le conoscenze mediche di allora, cercare di guarire da un adenocarcinoma del pancreas era come affrontare un’Ordalia vichinga: legato mani e piedi a una ruota di carro ti fanno girare finchè la velocità confonde tutto in un unico disco informe, e i “giudici” ti lanciano contro dodici asce da guerra.

Poi, fermano la ruota.

Se tutte le asce si sono conficcate nel legno pieno, lasciandoti indenne, per giudizio di Dio sei salvo.

La chemioterapia di quegli anni non dava tante possibilità in più.

Flebo di colore giallino, flebo di colore bianco, flebo di colore rosso scuro, gli sono “saltati addosso” subito, con una terapia dal nome incomprensibile.

E, a pensarci oggi, dall’efficacia improbabile.

Ricordo che già a Natale era diventato magrissimo e ci guardava con gli occhi sperduti in due profonde caverne scure.

A Febbraio non si reggeva più in piedi.

Prima della fine di Aprile, era morto.

 Fa caldo.

Il gruppo comincia a sfilarsi in lunghezza.

Cominciano a passarmi avanti quasi tutti, veloci, leggeri, atleti in forma, solidi, preparati.

Portatori sani di vita.

Al passaggio del primo chilometro la stretta degli altri corridori è come un abbraccio che si scioglie: alla partenza mi si affollavano attorno a decine ed ora si staccano uno alla volta allontanandosi da me, molti sfuggendo avanti, pochissimi restandomi indietro.

Questo sono tutti questi uomini e donne in calzoncini corti lanciati in corsa lungo questa strada: esistenze.

E’ un po’ di tempo che lo avverto, questo fatto di stare attraversando esistenze, con la mia, e sento che alcune le sfioro, alcune le schiaccio, alcune le fuggo ed alcune le trascuro.

Alcune le abbraccio ed alcune le sostengo.

Alcune le uccido, ed alcune le ignoro.

E si espande e fluisce, il mio essere ancora vivo, nel respiro di chi mi respira.

E rimane, o scompare per sempre.

Non c’è scampo alla Vita.

 Mi sfilano tutti via, davanti, sempre più in fretta:  in realtà sono io che, mantenendo il mio passo, sto restando sempre più indietro rispetto a loro.

Ma più di così, proprio non ce la faccio a tirare.

Sento già rimbombarmi nella testa ogni passo, ogni appoggio, comincio a respirare a bocca aperta, affannosamente.

Devo  cercare di restare calmo,  devo andare avanti col mio ritmo senza forzare, almeno fino al secondo chilometro, quando si uscirà dal paese: se no rompo, e addio corsa.

Ricordo che un tempo il percorso era diverso.

Quando ha corso lui, il tracciato si snodava per intero in paese, un circuito rettangolare di circa un chilometro da ripetere non so se due o tre volte, con partenza ed arrivo davanti alla Chiesa.

Nella foto è immortalata la partenza: attorno ai pochi “corridori” si assiepano un sacco di “spettatori”, gente del paese.

Li riconosco quasi tutti, nonostante siano passati quasi trent’anni.

Più della metà di loro, oggi non c’è più.

Con le scarpe leggere da passeggio dalla suola di cuoio ed i pantaloni di tutti i giorni arrotolati sui polpacci, ora che ci penso, lui non era affatto andato là per correre.

 In realtà non ha mai corso, dico corso seriamente.

Una camminata ha fatto, una camminata lungo il percorso di gara, in mezzo alla gente che applaudiva, che gridava, ai lati della strada.

Magari  qualcuno gli avrà anche gridato, vedendolo camminare di passo, “ma chi te lo fa fare?”

Nessuno glielo faceva fare, nessuno.

Non solo non gli importava, allora, di vincere, ma nemmeno di correre.

Gli bastava esserci.

Ora che ci penso, ogni sua scelta è sempre stata una scelta per “l’essere”.

Se si guardano le cose dal punto di vista dell’essere, si scoprono prospettive nuove, e nuovi modi di interpretare la realtà.

L’Essere è ciò che E’.

L’Essere E’.

L’Essere è ciò che E’ assolutamente.

L’Essere E’ assolutamente.

 Quasi quasi me lo chiedo anch’io chi me lo ha fatto fare di buttarmi in questa corsa.

Non ho ancora fatto un quarto del percorso (casomai i tre quattordicesimi se abbiamo passato i due chilometri; ma ho paura che siamo molto, molto più indietro), e ogni respiro mi procura un bruciore insopportabile al petto.

Sono rimasto indietro, molto indietro, e gli sparuti spettatori fermi agli incroci, vedendomi arrivare

osservano con disapprovazione il mio incedere inelegante e goffo, e scuotono gravemente la testa.

“Chi me lo ha fatto fare?”

Non lo so nemmeno io, non me lo chiedo neanche più.

Quando sei costretto a mettercela tutta, nel traversare una dopo l’altra le ore di ogni tua singola giornata sei talmente occupato a rincorrere i fatti, gli eventi,  a far fronte a ogni singolo accadimento che quasi non ti resta il tempo di chiederti “perché” lo stai facendo.

La frenesia con la quale cerchi di arrivare indenne alla fine di ogni giorno diventa a poco a poco un’abitudine, e alla fine, non te lo chiedi nemmeno più, il perché.

A che scopo, e per quale fine sei capitato in questa vita; su quale altare stai  bruciando la tua esistenza.

Ora sono solo a metà del primo giro, e penso solamente a trascinarmi dietro i polpacci di piombo e a non scuotere troppo la testa che mi sembra voglia scoppiare ad ogni passo, tanto mi pulsano le tempie.

Vai a saperlo, davvero, cosa ci sto a fare qui, dentro questa corsa.

Dentro questa Vita.

Fatto si è che ci sono, e avverto la necessità, vitale ormai, di non smarrirmi, e di lasciare un segno di me, una briciola, una traccia.

Un gesto, un fatto, una parola.

Un punto.

Pollicino.

 Con tutti i miei progetti, e i calcoli, e i pensieri, con questo orgoglio sciocco di sapere, sto navigando a vista ormai da mesi; e, per lo più, accecato.

Dai lampi, dal vento e dalla sabbia.

E dal mio sangue, che ancora cola giù dalla ferita.

Dall’ira, qualche volta, e sempre da una stanchezza antica, e senza fine.

E so i pericoli che corro, e i rischi, e gli accidenti.

L’ho già veduto questo film, e so com’è che va a finire.

Nel mio caso, male.

Fatto si è che ho perso, comunque sia, ho perduto.

E purtroppo non soltanto questa corsa, o una partita di calcio.

 Ma nemmeno questo, ormai, conta più molto.

Credo.

 Ci siamo lasciati indietro il paese, e ora percorriamo il lungo stradone che si inoltra nella campagna: io da qualche minuto appena, gli altri già da oltre un quarto d’ora.

Ancora due chilometri, più o meno (forse molto più che meno) e sarà finito il primo giro: metà gara.

Alzo un attimo gli occhi via dalle  mie scarpe  e dalla strada, a guardare il Capitello della Madonna, sull’incrocio avanti  a me.

Saranno due-trecento metri.

Con la testa, cerco di affrontarla così la corsa, facendola a pezzetti piccoli, da macinare e digerire uno alla volta, a frammenti: altri trenta passi e anche questo è andato, meno resta.

Con le gambe, faccio quello che posso.

 Jacques Anquètil, quando correva le gare a cronometro, dicono facesse proprio così: puntava a un obiettivo vicino e si lanciava al massimo delle sue forze fino al prossimo palo del telegrafo, poi ancora al successivo e così via, settanta- cento metri per volta, fino all’arrivo.

E vinceva.

Ma lui era Anquètil.

Io, sono solo io.

E sono lento, sotto il sole di metà mattino che incomincia a scaldare in modo intollerabile.

Lento e pesante.

 La verità è che mi sto trascinando dietro tutto, in questa follia lunga dieci chilometri, e tutto quanto addosso: i chili di troppo, gli allenamenti mancati, la velleità di promesse fatte e mai mantenute.

Tutto il passato tutto insieme.

Canzoni e sogni, ricordi e suoni.

Una Storia, un dolore.

Verità.

Capacità.

Gravità.

Libertà.

Poesia.

E Amore, se ancora me ne resta.

E un dispiacere.

E un'altra donna, nuova, da trovare.

 Troppa roba da portarmi a spasso, sotto il sole, per quasi altri seimila metri.

Quanto manca, quanto manca Giustiddio?

Da quanto tempo non incontro un cartello indicatore?

Ce ne’è uno ogni chilometro, è mai possibile che cinquecento metri siano così lunghi?

Quando finisce questo primo giro?

 C’è prima la salita.

Davanti a me, da affrontare, la salita.

A circa milletrecento metri dal traguardo una salita dolce, piuttosto lunga ma non ripida, ci porta sulla strada arginale del grande Fiume.

Adesso la affronto per la prima volta: la dovrò fare ancora, fra quattromilaottocento metri esatti.

Vado già molto piano di mio, ma devo ugualmente rallentare un poco, se voglio arrivare vivo in cima.

Da circa un chilometro hanno cominciato a farmi un male cane le caviglie, ma al dolore ci sono abituato.

La mia vita mi fa male da molto, molto di più.

Notti da non dormire, giorni da malincuore, è già da un bel po’ di tempo che sto affogando, lento, il mio naufragio; io, da sei anni attaccato al relitto di quel che sono, sto gelando pian piano.

Ogni tanto si affaccia un mattino di sole, a scaldarmi le ossa, poi  riprendo di nuovo a ingoiare salato ed amaro, e a morire.

Ormai, non lo sopporto quasi più, il dolore.

Quando è da troppo che soffri, ti vengono voglie strane: davvero sarebbe da fermarsi qui, a metà salita, e affanculo tutto quanto.

Ma vado avanti, perchè mi sono dato una misura, e la rispetto.

Per tremendo che sia, non durerà all’infinito il dolore.

C’è una fine per tutto, e non è detto che debba sempre essere la morte.

 Arrivati sull’argine la strada si fa di nuovo ed improvvisamente orizzontale.

Come un dono del Cielo i passi ora si fanno meno pesanti, e costano meno fatica uno e due e tre e quattro uno via l’altro: quasi quasi mi pare di riuscire ancora a respirare.

Duecento metri più avanti, quando inizia la discesa che porta all’arrivo, mi sembra quasi di volare.

E’ così, con questo slancio, con questa leggerezza, che si dovrebbe interpretare una corsa, una Vita.

E un Amore, anche.

Mentre volo verso la fine del primo giro, penso che è questo ciò che manca agli amanti: la capacità di volare, di sapersi sfruttare a vicenda come rampe di lancio alla vita, alla gioia, al piacere, allo spazio infinito.

Al godere della propria entità.

Si dice “ti amo” e poi, ineluttabilmente ci si infogna a cercare di avere: una moglie, un marito, una  casa, un lavoro, un dovere.

Ma l’Amore è una dimensione dell’Essere, e l’Essere è Libertà.

Si dovrebbe restare nudi, come quando si nasce, e toccarsi, e guardarsi vicino, nelle pieghe che uno ha sulla pelle, e negli occhi, e toccarsi a vicenda le labbra e la fronte, e le spalle, e da questo capire chi siamo.

E per questo, e non altro, volerci: sordi e muti, e perduto il linguaggio, abbracciarsi, e tremare dello stesso tremore.

Il fatto è che c’è un  mondo interiore, in ognuno.

E reclama di essere vissuto, costruito ed esplorato.

E nutrito, e curato, ed atteso.

Condiviso, ed amato.

E di sete, e fame e negligenza, muore.

E lascia un vuoto, e provoca dolore.

E mancanza di Fede, e di Speranza, e Carità.

E crudezza di modi, e malcontento.

E pensieri di morte,

Il peccato originale consiste nel limitare l’Essere.

Tu, non commetterlo.

 Transitare sulla linea del traguardo, tra due ali di folla urlante, riesce solo a darmi la misura esatta  di quello che mi manca: un altro giro da fare.

Quattromilaottocento metri esatti, seconda salita compresa: non so se ce la farò a correrli tutti.

Comunque sia, sarà difficilissimo.

Tutto, voglio dire, perché, sarà che invecchio, ma mi sembra sia diventato difficilissimo tutto, oramai: portare a termine la corsa, onorare il contratto, risollevare le sorti.

E’ tutto difficile, ma vivere la vita è diventato difficile in modo diverso da come sia difficile centrare una tris, o fare Superbingo.

Non è difficile da centrare, o da indovinare: è difficile da fare.

Nemmeno con lei è stato facile.

Srotolando, per anni, ognuno la sua vita,  fra di noi si sono fatti, ineluttabilmente, i nodi.

E quanti sono, si presentano al pettine.

Veri o falsi, oltremodo intricati.

E accade, talvolta, che a cercare di scioglierli, i nodi, ci si intralcia, e avviluppa, e ci si intrica, e si rimane legati, e schiacciati.

E ci manca il respiro.

Ed allora si taglia, come il nodo Gordiano, con il filo di lama: una volta, e poi due.

Per non soffocare ci si scioglie dal groppo che ci prende, entrambi,  alla gola, e ci si scolla ogni volta un tantino.

E si va.

Alla deriva.

 Non so più nemmeno quanta strada ho fatto, né quanta me ne resta ancora prima di arrivare alla fine, se pure mai ci arriverò.

Al fatto di dovere affrontare per la seconda volta la salita, non ci voglio nemmeno pensare, adesso.

Adesso penso solo a mettere un piede avanti all’altro, cercando di conservare una parvenza di ritmo, nella corsa.

La verità è che anch’io non sto più correndo, proprio come non correvi tu in quella famosa prima Sgrupada  della foto, quella del ’71.

Sono lontano, ancora molto lontano dall’arrivo; ti riguardo con gli occhi della mente e mi accorgo che sono, anche, molto lontano da quello che eri tu allora, quando avevi i miei anni.

Eri forte, forte e sereno quando guardavi con quell’espressione buffa il fotografo per fare un po’ di scena, padrone come ti sentivi della tua vita.

E lo eri davvero padrone, perché hai rinunciato, fin da subito, ad esserne il proprietario, perché hai scelto di vivere la tua esistenza piuttosto che di averla, e lo hai fatto sempre, in tutti i casi, anche quando hai avuto per compagno di strada lui, il tuo Cancro.

Eri tu il padrone perché davvero hai fatto una scelta per  l’Essere.

Forse, al di là dello sforzo di muovere gli ultimi sette-ottocento passi di questa immensa e ingiustificabile tortura contrabbandata da gara podistica, è questa la vera fatica.

Faticoso è attraversare il diaframma che mi separa dalla possibilità di interpretare l’esistenza nella dimensione dell’Essere,  perduto come sono  in una genesi diversa, in un altro sentire, schiacciato da un fardello di decenni, diverso e perso, antico e zoppicante.

E ansioso di arrivare con i primi.

Anche questo, a ben vedere, è buffo.

Siamo tutti qui, su questa strada, che ci affanniamo ad arrivare primi, a misurarci l’uno contro l’altro e ognuno contro il tempo, e intanto il Tempo corre.

 Sgrana la Vita l’ultima sua pannocchia:

 canti qualcosa, tieni una vita in mano,

 bevi un bicchiere, corri.

 E tutto questo è vano.

 Ora lo so quanta strada ho fatto, e quanta me ne resta da fare.

 Mancano milletrecento metri all’arrivo, c’è di nuovo la salita.

Dai glutei in giù sento il corpo come fosse un unico blocco di marmo, mi fanno male le spalle e le caviglie: ma ce la farò, è certo che ce la farò.

Ormai è fatta.

Già l’ho detto, e scritto anche: “porterò queste scarpe al di là della riga bianca, ed il cuore al di là della siepe di rovi”.

E, vista la lunghezza delle spine, dubito molto che a qualcuno verrà voglia di attraversare per venirselo a riprendere.

Per quel che vale.

“Dove sarò, venitemi a cercare”

 Ma sono arrivato in cima, per la seconda volta  sono in cima alla salita: se Dio vuole, questa assurda tortura lunga un’ora è quasi finita.

All’arrivo, il grosso del pubblico ha già tolto le tende: i primi  podisti hanno tagliato il traguardo da più di venti minuti.

Niente applausi, né interviste per chi arriva tra gli ultimi.

In una foschia che si fa ad ogni passo sempre più densa  davanti ai miei occhi (strano, foschia proprio sul fare di mezzogiorno, dopo che il sole mi ha picchiato in testa lungo tutta la strada) arrivo, ancora in piedi, fino a una mano tesa che mi afferra per la maglia, mi ferma e mi toglie il pettorale con il numero di gara.

Dev’essere  questo, l’Arrivo.

Se così è, la corsa è finita.

Mi piacerebbe voltarmi indietro adesso, a guardare la strada che ho fatto.

Lo farei volentieri se non fossi obbligato a restare piegato in due su me stesso per riuscire, almeno a tratti, a respirare.

Voci senza volto mi fanno piovere addosso domande destinate a rimanere senza risposta.

Forse, vogliono sapere qualcosa di me.

Avrei davvero tanto da dire, se non fosse che il poco fiato che trovo mi  basta appena per respirare

 Dice: “com’è andata la corsa?”

“Mah! Così così!  Tante buone intenzioni, molta presunzione, preparazione approssimativa.

Molto entusiasmo iniziale, e una lunga serie di errori, uno dopo l’altro.

Così che ho dovuto sputare l’anima per ottenere un risultato scadente: ho rischiato anche di non farcela, e sono arrivato in fondo solo per forza di volontà e a prezzo di una sofferenza enorme.

E solo.

Praticamente, una metafora della mia vita.

Davvero, vorrei che voi sapeste.

Vorrei che aveste dentro voi le mie domande.

E che foste curiosi, almeno un po’, delle risposte.

E poi che le capiste.

Vorrei che traversaste i monti, e il mare, ed i passaggi che ho passato io, e le mie scale, prima di potere dire “ora io so”.

E che anche voi diceste, guardando la ferita che vi resta: “Brucia, e fa male. E’ la mia Verità”

 Mentre il sangue riprende a circolare dentro le mie arterie, e l’ossigeno arriva in quantità sufficiente  nei tessuti, al cervello, riprovo a fare qualche calcolo a mente.

 Oggi, Lunedì, ieri, Pasqua di Sangue.

Ho fatto novemilaseicento metri in cinquantatre minuti e sedici secondi.

 Tredici Aprile, fra  centosettanta giorni compio quarant’anni.

Il 21, è carne morta.

Se c’è un Destino, dovrà tenere conto anche di questo: oggi sono arrivato in fondo alla mia prima Sgrupada.

 Il resto, tutto il resto, è Vita.