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Stanotte non vedremo nemmeno una stella.

Cadente.

Si, forse mettendoci a scrutare il cielo, se  frughiamo attentamente con lo sguardo ogni angolo, anche il più remoto,  può anche darsi che forse, prima di mattina, una o due…

Ma non è così che si fa.

Se si vuole vivere la magia di una notte di stelle cadenti, bisogna mettersi stesi in un posto buio e rimanere fermi faccia al cielo, come in attesa, con gli occhi spalancati sullo sterminato schermo nero tempestato di puntini bianchi che brillano.

Fermi bisogna stare, fermi e con gli occhi rivolti in alto ma non fissi, nè diretti alla ricerca di un oggetto definito.

Piuttosto, persi.

Bisogna lasciare andare lo sguardo a perdersi dentro il tremolare che fanno, nel buio, i puntini bianchi, accorgersi che diventano sempre più numerosi man mano che li guardi e vederne comparire ogni tanto dei nuovi, più pallidi e lontani, piccolissimi, tanto esili e diafani che a volte scompaiono subito, appena un attimo dopo che li hai visti.

E’ attraverso questo abbandono della vista che passano, veloci, le stelle cadenti.

Non si può dire quante, che possono apparirne quattro in un minuto e poi mancare dal cielo per ore.

Né sai dove, che attraversano lo spazio nero spuntando da ogni lato, e provenendo da qualsiasi direzione, bizzarre traiettorie e imprevedibili.

Loro, le stelle cadenti, sono così rapide ad apparire che a malapena  ti rimane la sensazione di averle viste, e di loro ti resta il ricordo di un’immagine che è già svanita prima ancora di potere anche solo dire “Eccone una!” oppure “E’ là!”

Che, poi, non sono neanche stelle.

 

Un tempo affrontavo la vita come se fosse una grande Caccia al Tesoro, e vivevo i miei giorni come l’occasione che mi era data di arrivare fino in fondo al percorso, per guadagnarmi il meritato premio.

Ogni fatto, ogni accadimento costituiva una traccia, un indizio utile, e ogni difficoltà era, per me, una sfida.

Ogni problema da risolvere era l’occasione che avevo di fare un passo avanti nel mio percorso avventuroso verso il Tesoro.

Di allora ricordo la gran smania che avevo di riuscire: con furore aprivo le buste e leggevo in fretta i messaggi cifrati, le indicazioni nascoste negli enigmi.

E’ nel cuor di Toscana:  a un primo del secondo sul finale preferisco un bicchiere del totale.

In quei giorni passati a bruciare la vita questo, più di tutto, avevo: fretta.

Fretta di diventare, di essere, di riuscire.

Era come se anch’io fossi una di queste stelle cadenti di stanotte, lanciato verso un “non so dove”, e immerso in una dimensione dentro la quale tra vivere e giocare non era dato fare distinzione alcuna.

Forse ero solo libero, forse, senza rendermene conto, ero anche felice.

Ma lo sapevo già da allora, che non sono stelle.

 

La notte è questa, ma non sono stelle.

A forza di girare (a noi non sembra, ma giriamo. Ci pare di essere fermi, e invece ruotiamo su un asse, ed oltre a ruotare viaggiamo in tondo, anzi, ci spostiamo lungo una ellisse e ancor più di tutto questo, insieme a tutto il Sistema Solare ci allontaniamo a velocità altissima. Da che cosa, non si sa) a forza di girare, dunque, capitiamo in un punto dell’orbita nei pressi del quale, chissà quanti milioni di anni fa, una cometa ha perso un pezzettino della sua coda.

Cose che capitano.

I frammenti di materiale planetario sono rimasti, da allora, a vagare nel vuoto siderale e vengono catturati dalla forza di gravità della terra che si trova a passare, una volta all’anno, giusto di lì.

Entrando a velocità vertiginosa nella nostra atmosfera sotto forma di meteore, i blocchi più o meno grandi di materia spaziale prima di disintegrarsi nell’aria o sul suolo si surriscaldano fino all’incandescenza e diventano perciò visibili nel buio della notte senza luna.

Esprimi un desiderio.

 

 

Pare impossibile, ma tutto passa, anche l’età in cui ti piace vivere di avventura.

A un certo punto del mio arrampicarmi verso il momento in cui si diventa uomini (alcuni lo diventano prima, alcuni dopo. Molti, mai) la mia vita non mi sembrava più una avvincente Caccia al Tesoro, bensì un unico grande problema di tipo matematico, per affrontare e risolvere il quale risultavano necessari (e pertanto dovevano essere più che sufficienti) gli strumenti della logica e del ragionamento.

Ero sicuro che esistesse una risposta ad ogni domanda e che per trovare la soluzione di un problema non ci fosse bisogno d’altro se non di formulare una equazione abbastanza complessa da contemplarne tutti i termini.

Un mattone pesa un chilo più mezzo mattone: quanto pesa il mattone?

Mi sembrava che dovesse esistere una spiegazione univoca per qualsiasi fenomeno visibile, stelle comprese, un principio informatore , una legge scritta che fosse possibile conoscere e, di conseguenza, descrivere in termini di valori certi e misurabili, numeri con i quali definire la misurazione dell’attrito, della velocità e della massa, della conduzione del calore e della forza di gravità.

Regole assegnate alla nostra parte di universo, che la Realtà seguiva con stolida obbedienza e che la mente umana poteva interpretare, e comprendere.

Sempre.

Cercavo una spiegazione logica a tutto, e, quel che è peggio, quasi sempre la trovavo.

Eppure, ogni volta che arrivavo a fare i conti con me stesso, con il mio essere più che con il mio sapere, rimaneva sempre qualcosa di inspiegato ed inspiegabile.

Ogni anno, proprio in questo periodo, in una notte d’agosto come è questa, le stelle cadevano, ed io mi illudevo di avere trovato il bandolo della matassa, di essere sulla strada giusta per arrivare a comprendere il mondo e, forse, anche me.

Ora capisco che, se sono riuscito a salvare qualcosa dal disastro di quegli anni, lo devo proprio a ciò che non riuscivo a capire, a quello che, dopo tanto ragionare, continuava a sfuggirmi: al mistero che hanno, la sera, le nuvole basse in autunno, o al modo in cui ti guardano con certi occhi chiari le ragazze.

 

Si chiamano Perseidi  le stelle di questa notte, ed è assolutamente vero, anzi incontrovertibile, il fatto che al vederne apparire una nello sfondo nero del cielo puoi esprimere un desiderio.

E’ davvero così, e sfido chiunque a contraddirlo.

Tu sei lì, non sai nemmeno più da quanto tempo, ormai, col naso all’insù e gli occhi persi nella profondità di un buio che, più lo frequenti e lo conosci, più ti appare imperfetto.

Un buio violentato e ferito da troppa luce parassita, dal riverbero invadente dei lampioni stradali, da sciabolate di fari di automobile, sbiadito dal lucore diffuso e lontano di agglomerati industriali e urbani che schiere di architetti poco meno che idioti hanno voluto realizzare con i proiettori rivolti verso l’unica direzione dove è perfettamente inutile dirigere la luce: cioè, verso l’alto.

Sei lì, a immaginare quali profondità sarebbero concesse al tuo sguardo se solo non vivessi in una parte di mondo così irrimediabilmente in preda alla peste dell’inquinamento luminoso, e nell’attimo fugace che una scia bianca attraversa il cielo nero, esprimi un desiderio.

Sempre che tu ne sia capace.

 

Non è facile esprimere desideri.

E’ già molto difficile averne, desideri, figuriamoci esprimerli.

Voglie, quelle sì ne abbiamo.

Tante.

E’ facile avere voglia; la voglia, qualsiasi essa sia, cresce e si nutre di oggetti che sembrano meravigliosi per quanto sono lontani, nello spazio e nel tempo.

La voglia è figlia della rarità, della mancanza.

Si alimenta di obblighi e divieti, vive di rinunce e negazioni, ti si stampa dentro l’anima come marchiata a fuoco dai “non so” dai “non oso” dai “non posso”.

Può diventare così grande da assorbire ogni tuo pensiero e da stravolgere il tuo modo di vivere ma per tanto importante e invadente che sia, la voglia non c’entra niente con le stelle cadenti.

Per quelle, ci vogliono i desideri.

Piccola o grande, una voglia è sempre soddisfatta nella modalità dell’avere, il desiderio si avvera solamente nella dimensione dell’essere.

Ecco qual’è la vera differenza: una voglia la si patisce, un desiderio lo si vive.

 

In tutti questi anni, mentre, credendo di starmene fermo, continuavo a ruotare su un asse e a girare attorno in un orbita ellittica, nel susseguirsi dei tanti, tantissimi viaggi che quasi inconsapevolmente ho fatto attorno a una stella ferma in uno dei due fuochi dell’ellissi, ho avuto modo di fare innumerevoli esperienze, spinto com’ero da una naturale curiosità per le cose, e ho potuto verificare che è assolutamente corretto ciò che si dice riguardo al sapere e alla conoscenza: sono sempre più le domande delle risposte.

“Per sapere se una risposta è giusta non ci vuole una grande intelligenza, ma solo un genio sa riconoscere quando una domanda è sbagliata”

Che cosa hanno in comune:

i  nani,

i verbi brevi,

e le mele?

C’è sempre una ragione per la quale una realtà ci affascina, un motivo per il nostro essere irresistibilmente attratti da qualcosa.

Deve esserci un perché che giustifichi anche il mio essere qui stasera, fedele ad un appuntamento che mi vede presente ormai da tempo immemorabile, dall’epoca di quella mia prima notte di stelle cadenti che ricordo così piena di profumi, di sensazioni, di umori.

Ormai ho gli occhi appannati, e ancor più della vista ha perso acutezza, in me, la sensibilità che un tempo avevo tanto spiccata, la capacità di farmi folgorare dal bagliore improvviso di una meteora che cade, dall’accendersi fugace di uno sguardo.

Ricordo che, fra i tanti rovelli teorici sui quali mi esercitavo quando ero convinto che il Sapere costituisse il motivo ultimo del mio esistere, la mia vera missione su questa Terra, uno era quello costituito da questa precisa domanda: quando si è “vecchi?”

Certo, attribuendo un valore numerico a frazioni misurabili del tempo che trascorre, si può calcolare esattamente, per esempio, quanto uno sia “vecchio” in giorni, mesi ed anni, e si può mettere questa quantità a confronto con altre, definendo con esattezza “chi è più vecchio di chi”.

Ma tutto questo non serve a rispondere alla domanda: quando, esattamente, si diventa “vecchi”?

Quando si perdono i primi capelli, le prime forze, i primi denti?

Quando si corre meno, quando si sente e si vede meno?

Quando si ricorda meno?

Quando si desidera meno?

E, se anche così fosse, “meno” di quanto?

Né vale affermare che ogni giorno si diventa più vecchi, chè allora è anche vero che si diventa più vecchi ad ogni ora ad ogni minuto.

Ogni secondo che passa, a volerlo contare.

Tutte queste condizioni, poi, (debolezza, sordità, amnesia, impotenza) possono essere vissute in maniera così differente che a una uguale età anagrafica quasi mai corrisponde, in due esseri umani, uguale grado di “vecchiezza”.

E anche se così non fosse, poco importerebbe, perché il quesito non riguarda “chi è più vecchio di chi” ma chi sia “vecchio” in assoluto.

Quando un uomo può dirsi vecchio?

A quale punto del suo tragitto nel cammino della Vita?

Forse, una risposta c’è.

In fondo, invecchiare è qualcosa che si realizza quasi senza soluzione di continuo, nel Tempo; all’inizio del tuo viaggio, quando sei “indiscutibilmente” giovane puoi fare di tutto e non conosci quasi niente; poi, lungo il percorso accade che ad ogni giorno che passa conosci sempre più cose, e sempre meno riesci a farne.

Quando arrivi al punto in cui è di più ciò che conosci rispetto a ciò che riesci a fare, ebbene è esattamente in quel momento che sei diventato vecchio.

Allora, se vuoi, puoi metterti a contare i giorni e i mesi che sono trascorsi da quando sei nato, chiamare tutto questo “età” e lamentartene o vantartene, nasconderne una parte o abbandonarti alla malinconia e alla rassegnazione di trascinarne, fino a chissà quando, il peso.

Oppure, puoi aspettare l’arrivo di una notte come questa, e trascorrerla con gli occhi persi dentro l’oscurità profonda, inseguendo fino all’infinito il luccichio tremolante di innumerevoli puntini bianchi.

Proprio come faccio io, che, indipendentemente da quanti siano, di numero, gli anni che ho compiuto, oggi mi riconosco vecchio perché so tante cose, e sono un abilissimo risolutore di sciarade.

So che è Montepulciano ( monte – pulci – ano) a trovarsi nel cuor di Toscana, che il mattone pesa due chili x = (1 Kg + ½ x  );  x = (½ x + ½ x ); x = (1 Kg+ 1 Kg), e persino che “i nani”  “i verbi brevi” “e le mele” hanno in comune il fatto di essere tutti e tre palindromi, cioè frasi che si possono leggere allo stesso modo da sinistra a destra e da destra a sinistra, così come lo sono “i topi non avevano nipoti” e “aro un autodromo o mordo tua nuora”.

Oggi  sono vecchio perchè  è molto più quello che conosco di quello che riesco a fare: in questa notte, per quanto mi ci provi, non riesco più ad accendermi del lampo di uno sguardo.

Del tuo sguardo, Marion.

 

Cosi è.

Questa notte, non vedremo nemmeno una stella.

Cadente.