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Il Santo(*)

 

Era, questo Santo,  un Santo davvero assai miracoloso.

La fama dei suoi prodigi, in innumerevoli occasioni intervenuti a sollevare i suoi fedeli nelle più gravi avversità, la nomea della sua Potenza Salvatrice si era diffusa tanto grande, e così per ogni dove, che lui era stato soprannominato, per antonomasia, “Il Santo dei Miracoli”.

Ed anche la Città nella quale, pur non essendo nato,  più a lungo era vissuto, e i cui abitanti riconoscenti e grati avevano in suo nome edificato addirittura una Basilica (chiamata ancora oggi, e non c’è da stupirsi, la Basilica del Santo, appunto), anche questa Città veniva chiamata dalla gente, fedele o miscredente, non importa, la “Città del Santo”.

Chiunque si affidasse a lui, con sufficiente fede ed il dovuto ardore, si capisce, chiunque rivolgesse al Santo preci sincere, e pie, era convinto di ottenere con certezza Grazia e aiuto: se non proprio un miracolo, almeno il sollievo da qualche malattia, rimedio anche parziale di qualche errore fatto, sostegno nella povertà e nel dubbio, fossero essi dubbi della carne o dello Spirito.

Grati e devoti, i miracolati, qualsiasi fosse il “peso” del miracolo, non mancavano di testimoniare fede e riconoscenza con ogni tipo di tangibile dimostrazione, e la sua Cappella nella Basilica a lui intitolata al centro della  Città che portava il suo nome, era rifulgente e strabocchevole di ori e argenti.

Lui era “Il Santo”.

 

Antonio Santomaso (tutto attaccato Santomaso, e con una “emme” sola, come doveva ripetere ogni volta, da sempre,  fin dai tempi remoti e brevi della scuola) Antonio Santomaso faceva il muratore a ore, e si dava da fare come un matto per mantenere sé e la sua famiglia col misero suo salario di operaio chiamato a lavorare alcuni giorni sì ed altri no, quello che ai giorni nostri si potrebbe definire un “precario”.

 

Lavorava dove, come e quando gli capitava, costretto com’era ad accettare qualsiasi ingaggio, anche i più faticosi ed umili, dal peso della responsabilità che la Vita gli aveva scaricato addosso.

Peso costituito, essenzialmente, dalla esistenza in vita di quattro bimbi piccoli da sfamare, frutto del suo sangue e del suo amore, più una moglie ossessionante da sopportare, frutto di un errore di gioventù al quale non era mai più riuscito a porre rimedio.

 

Ma Antonio era un Uomo Vero, ed in virtù di questo, anche un gran lavoratore.

Nella sua lotta quotidiana per la sopravvivenza aveva dalla sua tenacia, coraggio, forza e, soprattutto, Fede.

Perché Antonio Santomaso era uomo di Fede e, a modo suo s’intende, anche molto devoto.

 

 

“Chissà mai che cosa avrai dentro quella tua testa dura, che ti ostini sempre a fare a modo tuo!” non perdeva occasione di rammentargli con amorevolezza la Moglie.

“Va a finire che ti rovinerai, per questa tua cocciuta ostinazione, e che ci manderai in rovina anche noialtri cinque, me e i tuoi figli,  ecco com’è che andrà a finire!”

 

Che l’essere ostinato corrispondesse a avere grande forza, e che la cocciutaggine fosse il  segno di una indomabile costanza, poteva essere anche questione di opinioni, ma che Antonio avesse il vizio, il tarlo di volere fare sempre e comunque a modo suo, su questo non v’era dubbio alcuno.

Il fatto è,  purtroppo, che in tutte le sue cose lui era “Bastian Contrario” per natura.

Qualsiasi fosse, in ogni caso, l’idea diffusa o il modo di fare prevalente, lui non poteva altro che fare esattamente alla rovescia.

Era più forte di lui.

Ed anche sul lavoro si trascinava dietro questa malattia.

Così che se si trovava a lavorare in un cantiere dove gli operai li si pagava a ore, lui pretendeva il cottimo, se gli affidavano il lavoro dell’impasto, lui litigava per aver da fare il muro.

E se i compagni amavano attardarsi nella pausa per il pranzo, lui blaterava che non era tempo da sprecare il tempo del lavoro; se avevano fretta di tornare a lavorare, si lamentava cha un Cristiano ha pur diritto di mangiare e digerire in santa pace.

Sembra impossibile, ma ce n’erano, e ce ne sono ancora al mondo, dei tipi così.

 

Il fatto è (il fatto di cui stiamo raccontando adesso, intendo, che è per davvero strano ed incredibile, comunque la pensiate  degno di attenzione) il fatto è, dicevo, che questo Antonio era bastian contrario in tutto, perfino nella fede.

Essendo nato nella “Città del Santo” e di questo famoso santo avendo ereditato oltre tutto il nome, “Antonio”, sarebbe parso logico e coerente, ai più, che se una devozione lui dovesse avere, altro non  poteva appartenere, anima e corpo e vita, se non al “Santo”,  quello della Basilica e di tutta la Città.

 

Ma Santomaso Antonio,  precario e muratore, davvero non ci era tagliato per seguire il Gruppo, ed accodarsi al gregge: così che non ebbe paura, anzi pareva ci provasse gusto a farlo, a manifestare, e contro tutti, una diversa Fede: credeva in Sant’Antonio sì, ma un altro.

Il suo, era il “Santo delle Bestie”.

“Sant’Antonio Abate” si chiamava quest’altro Santo, meno famoso perché meno miracoloso del Collega di città, ed anche meno richiesto di prodigi, detto anche il “Santo delle Bestie” perché gli agiografi (quei pochi e rari che si ricordavano, nel Coro dei Santi , di dipingere anche lui), lo disegnavano ritratto in mezzo agli animali, (dei quali si vantava protettore) e con in braccio, inoltre, un porcellino.

 

La prima volta che azzardò parlarne sul luogo di lavoro, di questo Santo,  Santomaso Antonio fu investito, travolto quasi dai lazzi e dallo scherno dei compagni.

Già questo Santo semisconosciuto veniva facile discriminarlo e valutarlo poco, quasi inferiore; ma credere in un Santo che viene ritratto in mezzo agli animali fa quasi ridere, soprattutto se lo si vuol paragonare al Santo vero, al Santo veramente Santo, che oltre ad avere intitolata una Basilica, e quasi una Città, ha tra le braccia sue dilette  “nientedipiùdimenocchè”  Gesù Bambino, Figlio di Dio in Persona,  altroché un maialino.

 

Ma Antonio era caparbio, forte nella sua Fede, cocciuto come un mulo e, quel che è peggio, assolutamente incapace di mettere in pratica anche solo l’ABC della felicità, cioè di vivere e lasciar vivere.

In breve la sua presenza al cantiere si trasformò in una crociata sua personale combattuta contro i nemici della Vera Fede.

In realtà non è che gli interessasse poi tanto di questo Sant’Antonio delle Bestie, anzi.

Per risolvere i problemi che si trovava ad affrontare lui, non gli passava nemmeno per la testa di ricorrere ai servigi di un Santo, qualsiasi fosse o sia, essendo lui abituato ad assumersi in prima persona le sue responsabilità e a fidarsi, più che altro, di se stesso.

Ma era proprio il fatto che i compagni di lavoro fossero così compatti e uniti nella devozione al Santo cittadino, insomma che la Fede fosse unanime, ad obbligarlo quasi a propugnare una Fede diversa, ed anche ad incazzarsi in merito.

Nel volgere di poche settimane la situazione, sul lavoro, si era fatta tesa.

Antonio era in rotta di collisione praticamente con tutti i compagni di cantiere, nelle pause se ne stava da solo, mangiava appartato, cercava di farsi assegnare compiti che si potessero svolgere al di fuori della attività di squadra, fossero stati anche i più pesanti o i più pericolosi.

 

La moglie, che si rendeva conto dell’andazzo e dei motivi in base ai quali si era andato determinando, non perdeva occasione per rinfacciargli tutto: “Tu e la tua maledetta testa dura! Che bisogno c’è di metterti sempre tutti contro? Va a finire che ti rovinerai per questa storia assurda di ‘sto Santo, e che ci manderai in rovina anche noialtri cinque, ecco com’è che andrà a finire!”

 

Anche questo, ovviamente, lungi dal distoglierlo, contribuiva a rinsaldare Antonio nella professione della sua diversa e contrapposta Fede.

Portava sempre con sé un santino del Sant’Antonio suo privato, non perdeva occasione per entrare in aspra polemica con tutti sull’argomento; spesso la manifestazione di opinioni divergenti sfociava in vere e proprie liti.

Un giorno fece un gesto che gli inimicò, del tutto e per sempre, la totalità delle maestranze del cantiere: murò in una parete interna in costruzione una formella in creta che lui stesso aveva elaborato nottetempo, raffigurante il Santo delle Bestie appunto circondato da animali e con in braccio il canonico maiale.

Sotto, con lo scalpello, incise le parole: “SANT’ANTONIO VERO”.

 

Nacque così la polemica più feroce e forse, come è proprio di tutte le cose feroci, più inutile: la disputa sulla reale esistenza di questo Sant’Antonio delle Bestie e sulla sua capacità di operare miracoli.

I compagni non solo le negavano entrambe, ma deridevano ormai apertamente Antonio con battute di scherno: “Sant’Antonio del Porcellino, Santo grosso e miracolo piccolino!”

Esacerbata dall’atteggiamento intransigente e rigido di Antonio, la disputa si invelenì e assunse i toni di una questione filosofica: da una parte tutti gli operai del cantiere a mettere in dubbio non solo la Santità e la Miracolosità del “Santo del Porcello”, come lo chiamavano a scopo di scherno, ma anche solo la sua esistenza; dall’altra il solo e solitario Antonio a ribadirne con tutte le sue forze l’esistenza e la miracolosità.

 

Il persistere di  questa diatriba (peraltro insolubile per la difficoltà oggettiva di produrre  elementi certi di prova pro o contro l’esistenza e la miracolosità di un qualsivoglia Santo) danneggiava non poco l’andamento generale dei lavori del cantiere, ritardandoli alquanto nei tempi di esecuzione e facendone scadere sensibilmente la qualità.

Così fu che il Capo cantiere, resosi conto della situazione, decise di porre fine al malvezzo e al malcostume degli operai, proibendo espressamente loro di discutere o anche solo di parlare di Santi o non Santi sul luogo di lavoro.

Pretese, inoltre, che Antonio Santomaso, operaio fra gli operai, riprendesse a lavorare con la sua squadra, secondo i turni di normale assegnazione dei compiti.

In obbedienza all’ordine Antonio riprese a lavorare in gruppo coi compagni e questi, a loro volta, si sforzarono se non di tacere, almeno di pronunciare a bassa voce la famosa frase “Sant’Antonio del porcellino, Santo grosso e miracolo piccolino!”, in modo tale che la sentisse solo lui, e ne soffrisse.

 

Ormai Antonio ci stava così male, per questa storia, che qualche dubbio sul suo Santo cominciava a venire anche a lui, se non altro per stanchezza.

Ma la cosa che  desiderava più di ogni altra al mondo, (e che si sarebbe potuta realizzare solo in occasione  del verificarsi  in diretta di un  miracolo evidente) era di potere ricacciare in gola ai suoi compagni le loro odiose parole.

 

L’unica arma che gli era rimasta, ormai, era l’inasprimento delle forme e dei modi del suo “essere altro” dal gruppo dei Peones, intruppati in folto gregge.

Antonio Santomaso divenne sempre più bastiancontrario.

Se gli altri indossavano i guanti, lui li toglieva;  se portavano la malta con i secchi, lui con la carriola, se portavano i mattoni a quattro a quattro, lui lo faceva a otto, a costo di spezzarsi reni e braccia.

E non mollava.

Così fu che, mentre stavano alzando di due campate la struttura  aerea dell’impalcatura, visto che tutti quanti i suoi compagni  erano assicurati ai tubi con i cinturoni di sicurezza, lui non trovò di meglio che staccare il suo, per prendere ancor più, da loro, le distanze.

 

La realtà, il destino e, in questo caso, anche la Forza di Gravità, non guardano in faccia a nessuno, si dice.

 

Antonio Santomaso, operaio precario padre di quattro figli, e perciò stesso candidato ideale all’apparizione, con foto, nella pagina della cronaca locale di qualsiasi onesto giornale di provincia, Antonio mise un piede in fallo ed iniziò a cadere dai diciannove metri dell’impalcatura.

I tubi, l’aria, il muro in costruzione, le facce sbalordite dei compagni, tutto venne scagliato in alto all’improvviso, di colpo risucchiato verso il cielo da una forza indicibile, enorme.

Nel cadere, rapidissimo, che faceva, Antonio ebbe appena il tempo di dire, o forse solo di pensare: “Sant’Antonio, aiutatemi!” che si sentì come afferrare per la collottola e gli parve di rimanere sospeso, per una breve, infinita eternità, fra cielo e terra, fra luce e buio, fra Vita e Morte.

Una mano possente e invisibile, una mano certamente non umana, lo teneva.

Una voce, tanto profonda che sembrava provenire dall’Aldilà, gli risuonò dentro, facendogli tremare il petto e fermare il respiro.

 

“Quale Sant’Antonio?”

 

Non si può dire quanto tempo impiegò a rispondere, se pure a rispondere impiegò del tempo.

In verità, là dove si trovava lui non esisteva più né il tempo né lo spazio: tutto,  la velocità di caduta, la misura dell’altezza, i ricordi e i pensieri, tutto era rimasto come sospeso a mezz’aria assieme a lui.

La domanda continuava a risuonargli dentro e, assieme alla domanda, tutti i dubbi, tutte le incertezze, tutti i discorsi fatti e le parole dette e udite.

Le risate di scherno, i commenti irriverenti dei compagni, i discorsi ossessionanti della moglie “va a finire che ti rovinerai, per questo tuo Santo delle Bestie, e anche noi cinque ci farai andare alla malora!”

La voce, dentro, continuava a rimbombare, come un boato, come un tuono.

 

“Quale Sant’Antonio?”

 

Non fu la Fede a fargli pronunciare la risposta, ma la Paura.

Non la fiducia nella maggiore miracolosità del Santo più famoso e ritenuto da tutti il più affidabile e potente, ma la Paura, irrazionale e folle, di sbagliarsi a mettere la propria vita, ed il destino dei suoi cari, in mano a un Santo che andasse a rivelarsi poi, all’ultimo momento, davvero inesistente:   “Sant’Antonio del Porcellino, Santo grosso e miracolo piccolino!”

E lui, che per tanto tempo si era dimostrato cocciuto ed ostinato, cedette in quell’istante estremo alla lusinga dell’appartenenza alla maggioranza del Pensiero Corrente, e si affidò a “id quod plerumque dicitur”.

 

“Sant’Antonio da Padova!” disse in un fiato, ed avvertì che stava barattando la sua resa con la Vita.

 

 

 

“Non sono io!” disse tuonando la voce cavernosa.

“Io sono Sant’Antonio Abate, quello delle Bestie!”

 

E  udito ciò, Antonio sentì sciogliersi la presa della mano sul colletto, e continuò la sua caduta nell’abisso.

E non è vero che, come da parte dei più si dice,  lui vide in quegli istanti passargli davanti agli occhi tutta la sua vita.

Riuscì solo a pensare che aveva ragione lui, alla fine: Sant’Antonio Abate esiste, e ora ne aveva anche la prova.

Ma, visto in che modo stava precipitando la situazione, non avrebbe potuto mostrarla a nessuno.

 

Ironia della Sorte.

Ironia della Morte.

 

 

(*)  Sant’Antonio da Padova, il Santo dei Miracoli, si festeggia il 13 Giugno