Superenalotto
Questo
era più che certo: non avrebbe detto niente.
Non
una parola, a nessuno, e per nessuna ragione.
Pur
in preda ad un marasma di emozioni contrastanti, di questo Mauro era sicuro: non
lo avrebbe detto a nessuno.
Almeno,
non per ora.
D’altra
parte, si sa, la riservatezza assoluta anzi, il più blindato silenzio
costituiscono una norma inderogabile in caso di vincita.
E,
a maggior ragione, di una vincita come questa.
Come
definirla: lauta? consistente?
enorme?
Ogni
aggettivo gli sembrava inadatto, insufficiente e riduttivo; stratosferica,
forse, o meglio faraonica, iperbolica…
Già
al momento di acquistare la schedina (una di quelle precompilate, due colonne
soltanto, tanto se la fortuna deve venirti a cercare non è certo giocando mille
combinazioni che…) al solito bar di mezza strada Mauro aveva distrattamente
notato che il Jackpot per il “sei” si presentava di proporzioni colossali,
con un numero di zeri che avrebbe fatto impressione anche calcolato in vecchie
Lire, figurarsi a moltiplicarlo quasi per duemila.
Non
era mai stato bravo a fare la conversione in Euro, ma appariva comunque evidente
che, fatti salvi gli arrotondamenti, si trattava pur sempre di una cifra enorme.
Mentre
mandava giù il solito caffè amaro, al bancone del bar,
Mauro aveva sentito qualcosa serpeggiargli dentro, come un brivido
sottile a metà strada fra stomaco e cuore, magari un presagio, più
probabilmente una extrasistole.
Era
un qualcosa di indefinibile e mai provato prima, forse il segno premonitore del
fatto che quello non era destinato ad essere un Sabato come tutti gli altri.
Forse
era stato proprio per questo che, cosa che non faceva quasi mai, aveva deciso di
giocare la schedina.
Ora,
in piena notte, mentre tutto era silenzio nel suo piccolo appartamento, Mauro
riguardava, luccicanti nella schermata della pagina 598 di Televideo, i sei
numeri magici.
Teneva
il televisore a volume azzerato, per non svegliare Chiara che dormiva sistemata
un po’ alla meglio nel lettino pieghevole, di là in cucina, e per lo stesso
motivo teneva soffocato dentro di sé l’urlo di gioia che pareva volergli
esplodere nel petto.
Controllò
di nuovo, con più attenzione: i sei numeri corrispondevano, corrispondevano
perfettamente!
Tutti
e sei, ‘fanculo anche il numero Jolly!
“Sei” pieno!
Chiuse
con forza gli occhi, portandosi con intensità drammatica i pugni chiusi verso
il petto, come aveva sempre visto
fare, in Tivù, tutti i tipi di vincitori, e subito li riaprì per leggere,
accanto alla scritta “all’unico sei” l’importo in Euro della vincita
spettante.
Un
valore incalcolabile, un numerone con una quantità di cifre, prima della
virgola dei centesimi, da fare quasi spavento:; ‘fanculo anche i centesimi!
Mauro
sentì che la frenesia lo stava prendendo e avvertì montargli una leggera
vertigine, come sempre gli accadeva quando respirava un po’ troppo in fretta.
“Calma
adesso, calma” disse, in silenzio, a se stesso. “Ora calmati Mauro, e
ragiona”.
Si
lasciò andare sulla poltrona, con
la pagina di Televideo aperta sulla vincita più importante di sempre in un
concorso a premi e chiuse di nuovo gli occhi, ripercorrendo con la mente i fatti
di quella incredibile giornata.
Come
tutti i Sabati, verso mezzogiorno aveva mangiato in fretta un panino mentre era
ancora in ufficio, così da potere partire subito, senza ulteriori perdite di
tempo per il pranzo.
All’una
meno un quarto era già per strada, sulla sua macchina, per andare a prendere la
sua bambina.
Dopo
il divorzio Chiara viveva con la madre, in un posto a più di sessanta
chilometri di distanza, e ora lui
non vedeva l’ora di riabbracciarla, finalmente è Sabato, perché sette giorni
sono sempre lunghi, ma questi sette gli erano sembrati davvero interminabili.
Mentre
guidava (piano, ovviamente, che aveva la patente già mezzo falcidiata di punti,
cintura allacciata, fari accesi, giubbino catarifrangente sul sedile posteriore
e, soprattutto, attenzione al controllo elettronico della velocità) rimuginava
fra sé i soliti pensieri di ogni Sabato pomeriggio.
Che
vita del tubo!
Guarda
qui: capelli quasi del tutto grigi, automobile vecchia e un lavoro noioso da
morire.
Un
matrimonio nato male e finito peggio, con un divorzio patteggiato a condizioni
vessatorie, nonostante l’impegno profuso da Alberto, avvocato di mediocre
levatura professionale ma suo migliore amico fin dai tempi del Liceo.
Quando
si era trovato preso nel tritacarne delle procedure legali per il divorzio, a
Mauro era sembrata una vera fortuna avere un amico avvocato.
Poi
le cose erano andate talmente male che alla fine, il giorno della sentenza, lui
e Alberto non avevano trovato di meglio che andare a ubriacarsi insieme, tanto
ormai, peggio di così…
“Ma
tu lo sai perché agli uragani danno tutti nomi di donna?” aveva detto Alberto
dopo la quinta birra. “Perché quando arrivano sono irresistibili e
travolgenti, e quando se ne vanno ti portano via la casa e l’automobile!”
Mauro
sorrise al pensiero di quel ricordo mentre giocava, come tutti i Sabati, a
“far fare la frusta” alla riga di mezzeria
luccicante sull’asfalto bagnato.
In
un tratto di strada di campagna che sembrava essere stato disegnato da un
topografo appena sceso da un ottovolante, si susseguivano cinque o sei semicurve
a direzione alternata destra e sinistra, così dolci e ravvicinate che, tenendo
fermo il volante si riusciva a prenderle tutte d’infilata, una dietro
l’altra, occupando di volta in volta una carreggiata e quella opposta ( meno
sei punti sulla patente, se mi beccano, pensò Mauro).
Così
facendo, a tenere lo sguardo fisso sulla riga bianca di mezzeria la si vedeva
oscillare a destra e a sinistra come se fosse appunto una frusta in mano a un
domatore di leoni.
“Un
lavoro noioso, un matrimonio andato a puttane, una vita squallida in un buco di
appartamento, la mia bambina lontana ed io qui, su questa strada insulsa tutti i
Sabati pomeriggio, a fare il mestiere del padre”.
Era
questo il pensiero (sempre lo stesso, osservò con una certa sorpresa) che gli
veniva in mente subito dopo la successione delle curve ed il giochino della
frusta, mentre si fermava al solito semaforo (sempre rosso, e ci mancherebbe) e
che precedeva di poco la solita tappa per il caffè.
A
poco meno di metà strada c’era un barettino comodo, con lo spazio sufficiente
per parcheggiare l’auto e, soprattutto, con una barista niente male che
elargiva, da dietro il bancone affollato di caramelle e biglietti del gratta e
vinci, calorosi sorrisi al di sopra di una generosa scollatura.
Insomma,
era proprio il posto giusto per un buon caffè.
Di
solito Mauro tendeva a trattenersi nel bar qualche minuto in più rispetto al
tempo strettamente necessario per sorbirsi il caffè amaro, e questo per
comprensibili motivi di ordine… “paesaggistico”, ma quel Sabato non voleva
fare aspettare la sua Chiara e, soprattutto, non voleva vedersi costretto a
correre troppo, sulla strada, per recuperare il tempo perduto.
Stava
quasi per pagare la consumazione e uscire quando
sentì, alla radio, una voce di donna che, leggendo l’Oroscopo, parlava
proprio del suo segno zodiacale.
“Acquario:
la Fortuna sta venendo a cercarvi, ma sta a voi farvi trovare. Quando la
incontrate, sappiate riconoscerla, e lei vi bacerà”
La barista, che fino a quel giorno non gli aveva mai rivolto più di due parole in croce, aveva apostrofato Mauro con voce calda e armoniosa: “E’ il suo segno, l’Acquario?”
Mauro, per guardarla in viso, aveva sollevato lo sguardo di una trentina di centimetri.
“Sì, sì” aveva balbettato, “Acquario”, e subito aveva distolto i suoi occhi da quelli di lei, che pareva volessero fulminarlo, andando a rifugiarli sull’oggetto più a portata di sguardo che era riuscito a trovare sul bancone ingombro di ogni mercanzia.
“Prendo anche questa”, aveva farfugliato con evidente imbarazzo, allungando alla barista il foglietto che aveva preso, con gesto automatico, dall’espositore di plastica: una schedina del Superenalotto da due colonne.
Ancora in stato di trance era uscito dal bar, aveva messo la schedina, con un gesto semiautomatico, nel cassetto del cruscotto, ed era ripartito verso la sua destinazione.
“Ecco” pensava ora Mauro, mentre in piena notte si agitava come un tarantolato davanti al riquadro luminoso del televisore acceso “quello è stato il momento: la barista mi ha rivolto la parola, io ho visto la schedina e, come spinto da un impulso, ho deciso di giocarla.
Proprio come diceva l’Oroscopo: “La Fortuna sta venendo a cercarvi…”
Ed io mi sono fatto trovare!
Ma ora calmati, Mauro, calmati, se no va a finire che perdi il controllo e rischi di rovinare tutto!”
Nel tentativo di riacquistare un po’ di calma fece un paio di respiri profondi e richiuse gli occhi.
Le immagini della giornata gli passavano davanti ad una ad una, e lui le riguardava come fossero scene di un film.
Lo stridìo dei freni dell’auto sulla ghiaia del giardino, ora non piove più.
Un tocco leggero al campanello: la mia bambina è pronta, scende subito, le scarpe lucidate, i capelli raccolti in due lunghe trecce bionde legate da fiocchi azzurri.
Mi salta in braccio felice, baciandomi con entusiasmo, come ogni volta.
“Andiamo”.
Lo zucchero filato, e poi al Luna Park, ai giardini e allo Zoo, a vedere gli animali…
Alle otto precise, la cena a casa della zia, questa volta è una serata speciale, si festeggia il compleanno del cuginetto: “Tanti auguri a te…”
Era stato proprio allora, al momento del taglio della torta che a Mauro era caduto l’occhio sul televisore acceso: una avvenente signorina in abito nero si accingeva a leggere la combinazione vincente del Superenalotto.
Mauro si era frugato nervosamente le tasche, poi si era ricordato di avere lasciato la schedina nel cruscotto dell’auto e così, presa al volo una matita, si era appuntato su un foglietto i sei numeri.
“Li controllo dopo, quando torniamo a casa. Per quello che serve controllare, con la fortuna che ho…”
E invece, eccola qui la fortuna!
Di ritorno a casa (un po’ tardi, a dire il vero, tanto che Chiara, vinta dalla stanchezza si era addormentata in automobile e lui aveva dovuto portarla su in braccio per tre piani di scale, che l’ascensore, come al solito, era “fuori servizio”) aveva sistemato la bimba e si era trattenuto un po’ in salotto a meditare sulle sue disgrazie.
Il gesto automatico di svuotarsi le tasche, prima di spogliarsi per andare a letto, gli aveva fatto saltare in mano il pezzettino di carta con i numeri e, tanto per curiosità, aveva acceso il televisore, aprendo il Televideo alla pagina del Superenalotto.
Il resto era stato adrenalina pura.
“Ed ora, che faccio?”
Chiudere gli occhi e respirare a fondo gli aveva fatto bene.
Ora ragionava con più calma, e cominciava ad affrontare la realtà della situazione.
“Per intanto, silenzio. Silenzio assoluto con tutti”.
Era chiaro che una vincita di quel tenore, la “seconda più importante vincita di tutti i tempi”, come avevano commentato al Telegiornale della notte, avrebbe scatenato una feroce “caccia al vincitore”.
Già se li immaginava, giornalisti e reporters sguinzagliati come cani da riporto alla ricerca del fortunatissimo neomiliardario.
Già la vedeva, la barista, davanti alle telecamere, tette in vista e un sorriso largo così: “Impossibile dire chi sia, certamente non uno del posto. Probabilmente uno di passaggio: sa com’è, si fermano in tanti a prendere un caffè, e qualcuno compra anche una schedina, una di quelle prestampate…”
Sì, certo, continua così, continua così!
Magari digli anche che ti sembra di ricordarti di uno coi capelli grigi, il doppio mento e un po’ di pancia che ha giocato la schedina mentre parlavate dell’oroscopo, così me li ritrovo tutti addosso in men che non si dica!”
Mauro ancora non aveva nemmeno pensato a come incassare la vincita che già si sentiva braccato, insidiato, circondato.
“Digli anche il numero di targa dell’automobile, già che ci sei, così siamo a posto!”
Nel profondo di una notte che ormai era certo di essere destinato a trascorrere completamente insonne, cominciava a paventare quello che gli sarebbe accaduto se si fosse venuto a sapere che era lui il fortunato vincitore.
“Mi piomberanno tutti addosso, colleghi, amici e conoscenti! Tutti a felicitarsi e, ovviamente, a farmi sentire in colpa per questa mia enorme botta di culo. Tutti a obbligarmi (anche senza giungere a chiedermelo direttamente, è ovvio) a regalargli qualcosa, se non altro per sentirmi meno oppresso dal peso della loro invidia, della loro malevolenza.
Si sa, chi è fortunato, suscita sempre, negli altri, un po’ di rabbia.
E i parenti? Buoni quelli! Col fatto dei legami di sangue, chissà cosa possono arrivare a pretendere!
Serpenti!
E i poveri? I bisognosi e gli indigenti? Gli handicappati, quelli affetti da malattie rare, i diseredati e gli afflitti, ognuno per proprio conto oppure riuniti in regolari e riconosciute associazioni, chi li terrebbe più?
Si sa, chi è più fortunato dovrebbe sentirsi moralmente obbligato a fare almeno un poco di beneficenza…
E’ vero, non ci si può sottrarre.
E allora, avanti, prima i ciechi, i sordi e i muti, poi tutte le specie di paralizzati, e gli orfani, le vedove, i profughi e i terremotati: non c’è fine all’elenco dei bisognosi, ed una volta cominciato con uno, non ci si ferma più.
Loro sono tanti, e io sono uno solo!!”
Con crescente angoscia, Mauro vedeva il tuo tesoro messo a repentaglio ancora prima di averlo avuto fra le mani.
“Calma, un momento, ragioniamo! Prima di tutto, devo pensare a come fare per incassare la vincita senza espormi troppo.”
Questo ritorno alla razionalità riuscì a calmare la tempesta di emozioni che stava per travolgere il “povero fortunato”.
“Andarci io di persona, lo escludo. Sarebbe una bella soddisfazione, non lo nego, soprattutto per uno che ha cominciato alle scuole elementari perdendo, nessuna esclusa, tutte le partite a biglie, e ha fatto un unico filotto di sconfitte una dietro l’altra, fino alla Laurea ed anche oltre! Grandioso, sarebbe! Ma esporsi così, equivale al suicidio.”
Uno alla volta, Mauro passò in rassegna tutti i possibili metodi di riscossione della vincita, cercando di individuarne almeno uno che fosse assolutamente sicuro.
“Della mia Banca potrei anche fidarmi, ma mi conoscono tutti, qualcosa potrebbe trapelare.
Allora, un Notaio. Certo, è più sicuro, ma bisogna vedere che percentuale pretenderà per effettuare l’incasso nella massima segretezza. Se è vero che un Notaio è un avvocato che ha fatto uno scalino verso l’alto, negli studi, di certo lo avrà fatto anche nella esosità delle parcelle, il che è tutto dire!”
In qualsiasi modo la mettesse, o gli risultava impossibile incassare il danaro in modo sicuro oppure gli toccava rinunciare a una fetta consistente della sua vincita: da lì non si usciva.
La notte si faceva sempre più fonda e più nera per Mauro che, passato il primo momento di folle euforia, si trovava ora alle prese con problemi ben più grandi di lui.
“E dopo, una volta incassata la vincita, come faccio? Sì, voglio dire, non posso mica cominciare a spendere e spandere così, senza ritegno. Considerato il tenore di vita che ho avuto fino ad oggi, alla prima spesa pazza mi farei beccare subito, e allora, addio baracca!
Niente “dream car”, allora, e niente villa con piscina né lunghissimi viaggi in paesi esotici, almeno per i primi tempi. Magari più avanti, fra qualche anno, una volta calmate le acque…”
Con raccapriccio osservò se stesso che ragionava come se fosse non l’uomo più fortunato del mondo, bensì l’autore di una rapina in banca o di un sequestro di persona.
“Anche questa poi, con tanta gente disonesta che va in giro a testa alta a godersi il frutto delle proprie truffe!”
Se proprio non poteva spenderli, quei soldi, Mauro passò in rassegna i possibili modi nei quali avrebbe potuto investirli.
“Titoli, azioni, Fondi Comuni? Stiamo freschi, con tutto quello che sta succedendo in Borsa e con i ribaltoni che si verificano nel mondo della finanza…chi si fida più? Allora posso investire in immobili, terreni, obbligazioni. Sì, bravo fesso: intestati a nome di chi? Non certo il tuo, che così ti ritroveresti subito al punto di partenza, assalito e sbranato da torme di questuanti voraci, insaziabili e affamati del tuo denaro. E gli intermediatori finanziari, gli Agenti di Borsa, i Brokers… come salvarsi dalle truffe? No, no Mauro, tu non te ne intendi di queste cose, meglio se ti fai consigliare, magari da un avvocato…”
Ecco cosa doveva fare: doveva parlarne con Alberto! L’avrebbe chiamato, no, non subito così in piena notte, domattina presto, e poi gli avrebbe detto…
“Bravo pirla! Così trasgredisci alla prima norma: non una parola, con nessuno. E poi, siamo così sicuri di poterci fidare di questo Alberto? Sì, è un amico, ma intanto è uno che ha dimostrato una certa propensione all’acool e poi…
Chi mi dice che un divorzio così sgarrupato sia stato solo ed esclusivamente la conseguenza delle sua modeste capacità legali? Non sarà che il vecchio amico, sotto sotto…”
Il primo e più evidente effetto che la immane vincita stava provocando, in Mauro, era quello di farlo diventare sospettoso e malfidente: di colui che era da sempre il suo migliore amico ora arrivava persino a sospettare che fosse segretamente d’accordo con…
“L’Arpìa! Mio Dio, a tutto avevo pensato, meno che a lei!”
Un brivido intenso si impadronì di Mauro, sempre più lontano come spirito, man mano che passavano i minuti e le ore della sua lunga notte insonne, dal felice e fortunato vincitore di lotterie che, solo a inizio serata, aveva sintonizzato il televisore sulla pagina 598 del Televideo.
“Se lo viene a sapere l’Arpìa, sono rovinato!”
Pur nella difficoltà che, data l’ora tarda, incontrava nel pensare con lucidità, su questo Mauro aveva indubitabilmente ragione.
Le condizioni vessatorie impostegli, all’atto del divorzio, dalla sua ex-moglie, e delle quali lui non aveva mai cessato di lamentarsi, gli sarebbero sembrate nulla a confronto di quello cui lo avrebbe sottoposto lei, l’Arpia, una volta che avesse saputo che era diventato multimiliardario.
“Lei soprattutto non lo deve sapere. Mai!”
Ma tenerlo nascosto a lei significava non farlo sapere nemmeno a Chiara, che era piccola ma sveglia, e che gli avrebbe senza dubbio chiesto ragione di un troppo repentino cambiamento del tenore di vita.
“Così, non posso nemmeno fare un regalone alla mia bimba!”
Niente, non poteva fare niente, il povero Mauro.
Neanche poteva abbandonare il tanto odiato lavoro così, sui due piedi: tanto sarebbe valso attaccare sulla porta di casa un bel cartello con la scritta IL VINCITORE ABITA QUI, e poi farsi sbranare vivo dai barracuda.
E allora?
Allora niente, almeno per adesso.
Niente di diverso, niente di strano, niente di speciale.
Domattina, solita passeggiata nel parco con la piccola Chiara, solito piccolo litigio per le capricciose pretese di lei (o il gelato o lo zucchero filato! Tutte e due le cose no, non farmelo ripetere!)
A sera, riportarla a casa, mezzo imbronciata come al solito e con le scarpe un po’ infangate (al parco è scivolata, ma non si è fatta niente, si è solo un po’ sporcata) e tornarsene indietro mogio mogio, come tutte le Domeniche dell’anno, per mangiare qualcosa di freddo tutto solo davanti al televisore, mentre dicono che l’Inter ha pareggiato ancora.
Lunedì poi, tornare in Ufficio, scrivania in disordine e colleghi sbruffoni, Direttore arrogante (dacci dentro con i tabulati, Mauro, sennò quest’anno te la scordi la gratifica!), Segretaria distratta, troppo presa, per accorgersi di lui, dall’eleganza sfrontata e dalla esibita ricchezza dei Vips dei rotocalchi.
Per cena, un salto alla solita rosticceria, un cartoccio di pollo e patate al cartoccio, e per concludere la giornata lo squallore di un programma Tv o, in alternativa, di un cinema da solo.
Che vita del tubo: proprio lui, un miliardario!
Prima che un colpo di sonno lo vincesse del tutto, Mauro ebbe il pensiero fugace di come la stessa vita, monotona e piatta, che finora aveva agevolmente sopportato, nella quale anzi si era perfettamente integrato, gli risultava assolutamente intollerabile adesso che era diventato un plurimiliardario.
Eppure, non sapeva come fare per cambiarla.
“Scappare, ecco cosa devo fare, fuggire via! Trasferirmi ai Carabi, in Australia o in Polinesia, andare in un posto dove non mi conosce nessuno, a godermi in pace i miei innumerevoli miliardi!”
Lo rincuorò l’immagine di lui su una meravigliosa spiaggia da Paradiso Terrestre dei mari del Sud, il pensiero di lunghi mesi di ozio, su un panfilo da favola circondato da servitori ossequienti e bellissime donne innamorate.
“Innamorate di me o del mio danaro? E, se anche fosse, andandomene dovrei rinunciare alla mia Chiara, per sempre. Proprio adesso che incomincia a crescere e si sta quasi facendo una signorina!”
Con un gesto automatico Mauro si asciugò una lacrima; lentamente ma inesorabilmente stava scivolando giù dalla incontenibile euforia della prima serata, trascinato sempre più in basso dal corso dei suoi stessi pensieri verso l’ansia, la rabbia, la paura e lo sconforto.
“E poi, scappare! Io, un miliardario, costretto a scappare via dalla mia terra, dai miei affetti, dalle mie radici, neanche fossi un delinquente!”
Ormai quasi vinto dal sonno e fiaccato nel morale dal susseguirsi caotico di tante emozioni contrastanti, Mauro si sentiva ora come un moderno Re Mida, solo apparentemente privilegiato ma, nei fatti, condannato dal dono che aveva di trasformare in oro tutto ciò che toccava, e perciò stesso impedito a vivere.
I fumi dell’alcool e del tabacco consumato in quelle lunghe ore di orgia solitaria davanti al televisore acceso e muto, avevano ormai tolto a Mauro ogni barlume di lucidità, e lui si trovò a fare ciò che solo poche ore prima (gli sembrava fosse passato un secolo da quando aveva acceso la Tivù) gli sarebbe sembrato strano anche solo pensare: maledì, in cuor suo, tutto e tutti.
Maledì il viaggio in auto di ogni Sabato e l’abitudine che aveva preso di fermarsi a prendere il caffè, maledì la barista tettona, l’espositore delle schedine così a portata di vista e di mano, l’annunciatrice della radio che leggeva l’oroscopo e persino la moneta da un Euro con la quale aveva pagato la giocata.
Infine, maledì sé stesso e tutti i gesti, inconsulti ed automatici, che aveva fatto nello sceglierla, quella maledetta schedina, nel giocarla e nel riporla dentro il cruscotto dell’auto…
Folgorato da una intuizione, gli sembrò che il tempo si fosse fermato nell’atto stesso di formulare quel pensiero.
Mauro si passò una mano sugli occhi arrossati e sbatté più volte le palpebre, per essere certo di non stare sognando.
“La schedina… giocata… nel cruscotto dell’auto…”
Con un balzo fu davanti al televisore, sul tavolino basso, quello col piano di marmo crepato, quello (e uno solo ne aveva, Mauro, di tavolini, quale altro doveva essere?) quello sul quale aveva appoggiato, dopo averlo guardato e confrontato più volte con i numeri apparsi alla pagina 598 del Televideo…..
“Il biglietto sul quale ho annotato i numeri dettati dalla voce dell’annunciatrice belloccia in abito nero, là, a casa di mia sorella!”
Il biglietto scritto a matita, e non la schedina regolarmente giocata, che quella era ancora dove l’aveva messa lui, cioè nel cruscotto dell’auto!
Mentre il cuore sembrava essersi fermato nel petto, Mauro si sentì in preda a una emozione nuova e mai provata, come una dolce malinconia mescolata a una rassegnata tranquillità.
Senza dire una parola, nemmeno a sé stesso, infilò le scarpe e si buttò addosso una giacca presa alla cieca dall’attaccapanni.
Mentre scendeva le scale notò che era quella alla quale era più affezionato, un po’ sdrucita sui gomiti ma testimone muta di tante serate gioiose passate a passeggiare per le strade in compagnia degli amici, a bere birra e a sbracciarsi allo stadio.
La schedina era là dove l’aveva messa lui nel primo pomeriggio, sicuramente ignara di tutto e, perciò stesso, assolutamente incolpevole.
La prese e risalì le scale di casa, lentamente, per rispetto alla pancetta messa su negli ultimi mesi e per evitare di fare troppo rumore, visto che ormai era quasi l’alba e di certo dormivano tutti, nel palazzo.
Tanto, (ne era più che certo, oramai) non c’era più nessuna fretta.
La luce tremolante del video acceso violentava il buio del salotto, e lui dovette sfregarsi un paio di volte gli occhi arrossati e dolenti per controllare i numeri stampigliati sul tagliando, e confrontarli con quelli della pagina 598.
Zero.
Aveva fatto zero, e senza ombra di dubbio.
Neanche il numero Jolly aveva centrato, per quello che serviva poi…
Il multimiliardario, se c’era, era certamente un altro, e se qualcosa era destinato a cambiare, era nella sua, di vite.
Per Mauro non era cambiato niente: tutto nella sua esistenza era rimasto com’era sempre stato, tutto tristemente uguale e malinconicamente sicuro e consueto.
Con le lacrime agli occhi andò di là in cucina, e toccò con una carezza lieve il viso della sua bambina che dormiva, sistemata alla meglio sul lettino pieghevole.
“Domani andiamo al Parco, Chiara. Faremo una lunga passeggiata io e te, e parleremo e rideremo insieme, ed io ti comprerò il gelato ed anche lo zucchero filato. Proprio così, tutte e due le cose. Per festeggiare”.
Si sentiva leggero, forse a causa del sonno che stava per vincerlo, forse perché la triste realtà aveva spazzato via, di un colpo, tutti i pensieri.
“Niente miliardi, niente problemi, niente piani segreti… è tutto come è sempre stato, tutto come prima”.
Con gesto lento e misurato prese il telecomando, spense il televisore e si lasciò cadere, sfinito, sul divano.
Poi, nel buio, fece il gesto che, si tratti di una coppa o di una medaglia o di un qualsiasi simbolo di un traguardo raggiunto, aveva visto mille volte fare da mille tipi diversi di vincitori: baciò la schedina.
Chiuse gli occhi che ormai albeggiava e prima di
cadere in un sonno profondo, con l’ultimo barlume di lucidità disse a se
stesso, in silenzio:
”Non c’è dubbio, questa volta ho avuto davvero fortuna”